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Le sette bellezze delle donne

Luigi Orsini (*)

Quando ero adolescente, in quel mezzo dell'età che non s'è né carne né pesce, in quell'ibrido tempo che non si è più ragazzi e non s'è ancora uomini, e ci si vorrebbe crescere gli anni per parere quel che non s'è, e tuttavia passano sulla fronte vampate come di sole su frutti acerbi, e ansie nel sangue e batticuori improvvisi alle risate di bocche rosse fendute su dentature bianchissime, mi attardavo con piacere sulle aie della nostra campagna ai tempo delle opere agresti, e mi divertivo a sentir cantare le ragazze durante le scavezzerie e le spannochierie, quando la canapa si dirompeva sotto i randelli, e l'oro delle pannocchie si accumulava al centro di un grande cerchio di cartocci, su cui ruzzavano rumorosi i bambini.

Fra tutto quell'odore acre della terra in ardore e delle foglie del granturco umide di guazza, le contadine stornellavano dal tramonto di fuoco alla notte stellata, quando la via lattea si stendeva come una grande strada di argento e a me ingenuo sembrava dovesse aspettare il carro di Boote che la solcasse con le sue rote brillanti.
Cantavano le ragazze innamorate, cantavano i giovanotti, fra galanterie sornione di mani più che di parole: che poi, dopo tutto, non dispiacevano a quelle, a giudicare da certe deboli proteste mormorate appena per darsi un contegno. Le più seguitavano a cantare facendo conto di nulla: anzi, cantavano meglio. Ed era tutta una bella compagnia, senza pensieri che non fossero della terra e della loro sana gioventù. E c'era un canto che ancora mi martella nel ricordo e che allora molto mi piaceva, per l'età in cui mi trovavo.
Nella sua forma popolaresca e sgrammaticata fra lingua e dialetto, esso serviva a creare, per un mio piacere istintivo e inconfessato, il fantasma di una donna che non avevo mai veduto, ma, i cui lineamenti fisici mi si venivano disegnando a uno a uno nella mente, proprio come la vedessi lentamente sorgere davanti ai miei occhi.
Era una creazione rudimentale (l'arte che si compieva nel canto e nella parola: una melodia vivente, un'apparizione umana e vibrante, una realizzazione plastica la quale turbava ed eccitava il mio spirito, accendendo via via sotto i veli della immaginativa, il foco dei sensi inconsapevoli e desiderosi.
Ecco. io sapevo, benché ragazzo di coltura limitata, che molte erano state nella storia e nel mito le cose sacre e profane aggruppate in numero di sette: i suggelli dell'Apocalisse, le piaghe d'Egitto, i dormienti di Efeso, i re di Tebe, i. salmi penitenziali, le chiese di Roma, le meraviglie del mondo...
Ma non sapevo che ci fossero anche le sette bellezze delle donne e che un canto popolare ne facesse menzione per esaltarle. Questo era appunto il canto che mi piaceva.
A differenza della danza dei sette veli, durante la quale la biblica Salomè si scopre lentamente e voluttuosamente ad Erode, la canzone ingenua del popolo romagnolo creava a poco a poco l'immagine della donna perfetta, vestendola quasi, coprendola e ornandola man mano: ogni verso, una grazia.

La "canta" si svolgeva dunque intorno a "Li sete belézi de li dòne".
Si osservi la stroppiatura linguistica, propria di chi, uso al dialetto, si sforza di parlare in italiano.
E diceva così: "Elta da téra senza la pianela."
Col pensiero che seguiva rapidissimo, verso per verso, fra nota e nota, il formarsi dei fantasma, io vedevo levarsi sui piedi nudi una creatura di cui ancora non distinguevo i particolari; eretta e alta senza bisogno di pianella per sembrare quel che non era, e tosto (ancora non avevo letto la Nencia da Barberino: sen'altri lisci ovvver scorticamenti) ne scoprivo il volto che non aveva d'uopo né di cipria né di rossetto per abbellirsi: "Bianca e rusina senza farsi bela."
C'era dunque già un corpo con una testa: e nella testa c'erano guance bianche e rosate, anzi "rosatine", che è più e meglio, di quella smorfia del diminutivo.
Ora la creatura si moveva. Non sapevo ancora se fosse grassa o magra, bionda o bruna; ma la vedevo muoversi leggiadramente: "La vol avè la béla andatura."
La vuol avere il bel portamento. Un che di maestoso mi appariva dinanzi la fantasia, nell'ondulare lento e composto delle membra, guidate da un ritmo di perfetto equilibrio.
E anche la sua conformazione mi veniva definita dal verso seguente: "Larga di spale e streta di zintura".
Così che la donna era ormai compiuta, salvo gli occhi che sono le finestre dell'anima, e i capelli che li incorniciano come un elemento naturale indispensabile.
Ma anche quest'ultima curiosità doveva venir presto appagata; e bisogna dire che colui o coloro che avevano inventato il canto non erano privi di buon gusto: occhi neri e prima ancora dei capelli, come a tener sospesa fin all'ultimo l'attenzione degli ascoltatori e quasi a temperare la focosità degli sguardi, il parlare modesto: considerato, anche questo, come un accessorio della bellezza femminile: "La vol avé du oci neri in testa," "e nel parlar la vol esser modesta."
Ma la curiosità dei capelli veniva finalmente appagata: "La vol avé, ed cò, du biondi trézi."
La vol avere, da ultimo due bionde trecce.
"E' questi al i è del donn li sèt belézi." E queste sono, delle donne, le sette bellezze.

Li sete belézi de li dòne.
Elta da téra senza la pianela.
Bianca e rusina senza farsi bela.
La vol avè la béla andatura.
Larga di spale e streta di zintura.
La vol avé du oci neri in testa,
e nel parlar la vol esser modesta.
La vol avé, ed cò, du biondi trézi.
E' questi al i è del donn li sèt belézi.

Così era formata nella mia fantasia la figura di una donna ornata d'ogni pregio; alta, rosea, aggraziata nelle movenze, sottile di cintura, dagli occhi neri e i capelli biondi, e dal parlare modesto.
E mi parve poi per qualche tempo, di dover misurare la bellezza di tutte le donne che incontravo sul metro di quel formulano galante. Se non che, nell'andare degli anni molte ne vidi, e mi piacquero, che erano pur belle anche se avevano gli occhi celesti e i capelli neri e, anziché modestia, portavano alterezza o foco nel dire.

Ma tant'è: la prima donna che vidi con curioso amore fu un fantasma di suono e di canto. A cui forse l'inconsapevole desiderio diede caratteri sensuali più che non consentisse l'atmosfera canora in cui nasceva, e fisionomia definita, benché quel canto delle sette bellezze femminili fosse molto generico.
Ma è proprio vero che a tutte le illusioni noi diamo parvenza di verità e le coloriamo dei colori della nostra anima: creatrice inesauribile d'ogni bellezza, artefice varia e mutevole di tragiche favole e di futili grazie .

(*) a cura di Dionisio Dall'Osso

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Daniele Franchini