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FRATE ALBERIGO da BARBIANO

di Dionisio Dall'Osso

"il peggiore spirto di Romagna" (Dante, Inf. XXXIII, 154)

Dopo che il conte Ugolino è tornato a infiggere carinamente i denti su quel teschio che l'Inferno ha offerto alla sua vendetta, Dante e Virgilio entrano nella terza zona del Cocito, la Tolomea, ove i traditori dei commensali stanno con il collo riverso sul ghiaccio.

"Passammo oltre e giungemmo dove la gelata crudelmente fascia" altri dannati, i quali, giacendo supini, non sono proni come quelli della Caina e dell'Antenora. Lo stesso pianto, gelando le orbite, impedisce ad altro pianto di sgorgare; così le lacrime, trovando ostacolo ad uscire, s'ingorgano dentro e accrescono l'ambascia del peccatore.

Infatti il pianto si condensa riempiendo tutta l'occhiaia sotto il ciglio come una benda di cristallo. (Id. parafrasi 91-99).

Altrettanto gelido è l'incontro con frate Alberigo, uno fra i tanti tristi che si distingue implorando pietà umana; costui, assolutamente privo di cortesia e di tatto, apostrofa i poeti come uomini crudeli, addirittura peggiori di lui, destinati alla Giudecca, la zona del Cocito ancor più in basso, a contatto con Lucifero stesso; e proprio mentre invoca un gesto pietoso che gli liberi gli occhi dalle dure lacrime gelate, in modo cinico risponde alla domanda di Dante, anzi osa fare dello spirito sulla sua colpa e pena e, per diabolico egoismo, svela con compiaciuta ironica malignità il terribile segreto della Tolomea, ove si assiderano eternamente anime, il cui corpo è ancora ben vivente sulla terra, abitato e mosso da un demonio subentratovi al momento del loro imperdonabile peccato.

"Io sono frate Alberico", quello delle famose frutta maturate nell'orto del male; qui io, al prezzo di un dattero per un fico, sconto un grave delitto con una pena ancor più grave del delitto stesso.

Questo dannato, nel quale Dante indica "il peggiore spirto di Romagna", è quel frate Alberigo de' Manfredi di Faenza, che ebbe una questione con Manfredo de Manfredi, suo congiunto.

Per Benvenuto da Imolaè poco chiaro il movente della contesa: forse per invidia di governo da parte di Manfredo, o, forse meglio, perché Manfredo, per torbidi interessi, raggirava un certo Franceschino, del quale Alberigo, suo zio e tutore, difendeva le proprietà.

Durante una discussione Manfredò mollò ad Alberigo un sonoro ceffone "slapam magna" per Benvenuto. Il frate, dissimulando il desiderio di vendetta, finse di volersi riconciliare con il Parente, invitandolo il 2 maggio 1285 a cena con il figlio Alberghetto, nel castello di Sarazate nei pressi di Faenza. Quando il convito giungeva alla conclusione, Alberigo, ordinando "Venga le frutta", diede il convenuto segnale: nella sala irruppero Francesco, figlio del fu Alberghetto de' Manfredi, e Ugolino, figlio di Alberigo stesso e, sotto gli occhi dei frate trucidarono Manfredo ed Alberghetto.

Per questo delitto la Romagna ai riempì d'orrore; Alberigo, Francesco e Ugolino furono condannati a pagare seimila lire bolognesi (Muratori Rer. It., XVIII, pag. 131). La giustizia divina provvide a saldare il conto, ma non su questa terra.

Il detto "dattero per figo" divenne un detto popolare per indicare una punizione maggiore della colpa, essendo il dattero più costoso del fico.

Dopo la Toscana, la Romagna è la regione che Dante, avendola percorsa in tutti i sensi, conobbe più delle altre terre.

Poiché Dante sapeva bene che nel 1300, l'anno giubilare del suo viaggio nell'aldilà, Alberigo era manifestamente vivo e vegeto, con sgomento e meraviglia gli chiede: "Come? Se' tu ancora ( ad hanc horam = già) morto?"

E il dannato: "Sappi che quando un'anima si macchia di un infame tradimento come il mio, il demonio prende il governo del corpo, subentrando all'anima, scagliata immediatamente nel Cocito gelato e installandosi in esso per tutto il tempo che quel delinquente avrebbe dovuto vivere."

Certamente Alberigo venne a conoscenza dell'eterna condanna che Dante aggiudicava al suo tradimento. Possiamo immaginare quale effetto abbia esercitato nel suo perfido cuore?

Alberigo de' Manfredi appartenne all'ordine religioso/cavalleresco della Vergine Maria Gloriosa, preposto a comporre discordie civili e militari; fu costituito a Bologna da Urbano IV, mentre in Francia era già attivo contro gli Albigesi fin dal secolo precedente. I confratelli potevano prendere moglie, portare abiti eleganti con l'impegno di "servire Domine in laetitia", operando in difesa dei derelitti. Più propensi per eccessiva ?laetitia? a godersi la vita che a riparare ingiustizie, il popolo sarcasticamente li chiamava "frati godenti" o "capponi di Dio".

Nel Cocito, tra i traditori della patria, un altro dannato ci riporta alla storia della turbolenta Romagna del sec. XIII: Tebaldello Zambiasi.

In breve: i Geremei (guelfi) espulsero da Bologna i Lambertazzi (ghibellini), che vennero accolti in Faenza, dopo la cacciata dei Manfredi (guelfi)

La vicenda personale di Tebaldello dimostra con quanta orgogliosa violenza i Lanbertazzi presero a governare: costui, benché ghibellino, fu oggetto di una triviale burla da parte dei nuovi padroni i quali gli rubarono uno o due maiali per farne un banchetto a suo scherno e dispregio. Non reggendo all'oltraggio, Tebaldello, accordatosi con i guelfi Geremei, la notte tra il 12 e il 13 novembre 1280, col favore delle tenebre fece accostare i Bolognesi alle mura di Faenza; verso l'alba (?quando si dormia), Tebaldello, cui era affidata la custodia della porta imolese, infranta la serratura, li introdusse nella sua città.

Faenza fu messa a sacco senza rispetto alcuno, neppure per i sacri arredi delle chiese. Morto Tebaldello, la città tornò ai Manfredi. Una figlia di Tebaldello, Zambresina, andò in moglie a Giangiotto Malatesta, dopo la tragica fine di Francesca.

Non abbiamo dimenticato Alberigo: costui esige un compenso per la sua

ignobile chiacchierata ingiungendo a Dante di "aprirgli gli ochi".

E Dante, senza consultarsi con Virgilio, si guarda bene dall'assecondarlo. Nel lasciarlo deluso sofferente, Dante se ne compiace perché "cortesia fu lui esser villano".

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Daniele Franchini