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DOLORE ED EUTANASIA

di Graziana Gardelli

Nei tanti interventi apparsi sulla stampa riguardo al tema dell'eutanasia, mi sembra che non sia stato sufficientemente approfondito l'argomento dolore.
Fa parte della nostra vita anche il dolore fisico che, al di là di ogni considerazione filosofica,è una sensazione molto reale, ma è anche un'esperienza strettamente individuale i cui limiti non sono i condizionamenti della società ma i propri interni.
E' un insegnamento di cui ognuno fa esperienza nel proprio cammino e i cui esiti dobbiamo sempre rispettare.
Ciascuno di noi sa quanto dolore è in grado di sopportare e di conseguenza sa giudicare quando è il momento di lottare e quando di arrendersi.
Il dolore profondo è qualcosa che sovrasta ogni altra sensazione, che trasporta in un mondo dove non c'è più famiglia, non ci sono più amici, che invade e lascia inerti, spossati, senza voglia di vivere, quando l'unica cosa che interessa è che cessi e basta.
Certo, dispiace l'angoscia che vedi negli occhi dei tuoi cari, ma poi chiudi gli occhi e ti immergi nel dolore senza contrastarlo, perché contrastarlo vorrebbe dire non riuscire più sopportarlo.
Quando è così grande che ti viene da dentro e non puoi parlare, non puoi respirare, immerso in quell'immenso lago di sofferenza preghi, preghi offrendo il tuo dolore quasi a lenire quello del mondo intero,
ma poi non preghi più e rimani inerte.
Quando i minuti diventano ore, le ore giorni, i giorni mesi e poi anni si può lottare se c'è una speranza, se pur lontana che tutto possa finire, ed ecco che l'amore di chi ti è vicino ti può aiutare a rompere il guscio in cui ti sei avvolto; ma se non c'è speranza arriva il momento in cui tutte le difese cadono e aspiri solo all'oblio, alla pace, aneli che la tua anima sia libera di staccarsi da quel groviglio di sofferenza e possa salire in alto, nella luce.
Non è suicidio, non è eutanasia, non è buona morte (parole che banalizzano una motivazione profonda) ma è una ricerca dell'anima non più imprigionata in un corpo ormai senza scopo, libera ora di proseguire il suo cammino.
Quando dici a una persona cara ormai in coma: ti lascio libero, vai, segui la tua strada, non ti preoccupare per me, non voglio che il mio egoismo ti trattenga.
E lui se ne va, silenziosamente durante la notte, non ostante le previsioni dei medici.
Questo come lo volete chiamare: omicidio, suicidio o libertà? Sono contro tutte le codificazioni di quella scelta che è un diritto di ciascuno solo per se stesso di continuare a curarsi oppure no. Diritto che nessun medico o parente o giudice può arrogarsi.
Occorre ritrovare un rispetto per la persona umana che oggi non c'è più,
si parla troppo, senza ritegno, senza vera conoscenza, si sviscerano pubblicamente drammi che andrebbero vissuti nell'intimità.
Ricordiamoci gli antichi esquimesi, o gli aborigeni dell'Australia che quando sentivano che le loro forze non erano più adeguate, si allontanavano, si sedevano e in pochi minuti cessavano le loro funzioni vitali . ma non certo quelle spirituali!
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Daniele Franchini