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Memorie di Palermo

di Antonino Raitano

Un nostalgico siculo (di Palermo, città “aristocratica” (11) ), forse erede di un’anima “migrante” di avi “navigatori” (Fenici, Greci ecc.), asceso a suo tempo al Nord (dopo il 1939) decise che era tempo, nel 1948, di ritornare alla sua città.

Si mise su un treno per Napoli, là sarebbe venuto a prenderlo un suo amico di lavoro, che lo avrebbe poi aiutato ad imbarcarsi la sera su un piroscafo per Palermo (circa 10 ore di navigazione) ed all’arrivo in porto i parenti sarebbero venuti a riceverlo.

Parlo del dopo Guerra: treni affollati, lenti, sporchi, valigie di cartone, pranzi al sacco, confusione, attese, piroscafo con cabine che …”sapevano di vomito”, ore e ore di viaggio. Ma alla fine arrivò (anzi, inaugurò una serie di visite annuali a Palermo, con o senza famiglia al seguito, anche via terra attraverso la Calabria, con 26 ore di viaggio in treno).
Era un altro mondo, rispetto al Nord in genere. A cominciare dal dialetto che dovette ricominciare a ricordare subito.

Però questa storia personale forse non interessa, mentre può essere utile ricordare invece quella voglia di ritrovare la città di allora, del primo dopoguerra, certo ancora disastrata dai bombardamenti (specie nella zona del porto), ma che, nel suo disagio e nella sua differenza dalla vita del Settentrione (là dicevano del Continente) che ben conosceva, era in fondo molto affascinante.

Fu comunque una vera e propria rivelazione. Ora, a distanza di anni, prova a sfocarne l’immagine come se si trattasse di un’incisione in acquaforte, un po’ confusa dal tempo, un po’ fantasiosa, un po’ anche riscoperta poco a poco, ma sempre con i segni inequivocabili di una terra superba, ricca di misteri, di vitalità, di volti intensi. Insomma -si è detto- una “culla di tutte le favole” (2).

Cominciamo dalla gente molto disponibile. La prima la si incontra vociante e confusa in una grande baraonda nel vecchio mercato della Vucciria (“Palermo è un profumo”)(7).

Banchi di frutta, verdura, erbe profumate, soprattutto pesce di ogni tipo (anche enormi, come pesci spada e tonni), continuamente spruzzato da secchiate di acqua di mare (o salata) per renderlo luccicante, ma anche un’infinità di bottegucce di carne, polli, alimentari, dolci “La cassata è il simbolo…” ) (10), pane (infinite varietà dal profumo unico) (“Palermo felicissima”, scriveva Goethe) (8), olive ecc.
Giravano nel mercato anche piccole bancarelle su ruote con focacce, frittelle, crocchette, bolliti (nervetti, zampetti, cotiche ecc.). Tralasciamo i termini con cui, in dialetto, si decantavano i pregi delle diverse merci e l’allegria con cui si urlavano gli stessi agli avventori.

Al centro della piazza, una specie di imbuto, con cinque accessi di cui uno con scale, stava il grande banco del “polpo bollito”, fumante ed invitante: si diceva quanto se ne voleva (in lire di allora, ad esempio 100 lire), il venditore pescava con un apposito uncino dal secchio di acqua di mare il polpo vivo, lo immergeva poi nella pentola di terracotta con acqua bollente sempre di mare, il povero polpo diventava subito rosso e si raggrinziva, e dopo pochi minuti era bell’e servito nel piatto bianco, con tanto di limone, sale e coltello.
Poteva servire da colazione, da pranzo, da cena o da sfizio: restava sempre una meraviglia di gusto e di rito.

Tutto attorno c’erano altri venditori volanti, di fiori (zàgara, rose ecc.), di acqua e anice o limone (come dissetanti), di gelati, di mille altre cose utili e non, sigarette comprese (una volta fatta la richiesta al venditore, che non aveva nulla in mano, la “stecca” veniva buttata misteriosamente giù da una finestra sovrastante perché era di contrabbando).

Ogni venditore decantava a squarciagola ed in dialetto la sua merce esclusiva, sicchè la confusione mercantile era totale (bisognava fare attenzione anche ai ladruncoli sempre al lavoro –pure questo era un lavoro-). Si notava, tra l’altro, che le palermitane, che si aggiravano, chiacchieravano e facevano la spesa, erano sempre di una bellezza unica (sangue misto), more, dai lunghi capelli, sorridenti e ben truccate (specie le labbra), con un tocco di levantino nel fare e nel trattare.

Palermo era anche famosa per la sua “Conca d’Oro”, una meravigliosa e feconda vallata, tra monti circostanti e l’apertura verso un magnifico mare: aranci, mandarini, limoni. E quando erano in fiore, la zàgara bianca profumava tutta l’aria (2).

Là, più in alto, il Monte Pellegrino dominava il porto e racchiudeva, nella grotta sacra, il Santuario di S. Rosalia, una delle patrone cittadine.
La gente ricordava che nella prima quindicina di agosto, in memoria della Santa, i bambini in casa (ai nonni tutti davano rigorosamente del Voi), su invito della nonna (tutte le sere rosario alle 18), allestivano un banchetto con santini, dolcetti, candele (residui di riti orientali?) cui dedicare delle preghiere nella giornata.
Per strada si incontravano regolarmente molti “carrettini siciliani”, in genere con frutta e verdura fresche di campagna, brillanti e decorati.
Anche la bardatura dell’asinello o del cavallo era straordinaria: basto, pettorale, sottopancia, dorso ecc. erano fatti con corredi colorati, specchietti, campanelli, rosoni, nastri, ornamenti di ogni genere ma vivaci. Il carro di legno riportava sulle fiancate le “storie dei Paladini” (“ le vicende dei paladini, e i pupi di origine più recente..”, ricorda Piovene (2), (6), (9).
La spesa di questi generi della campagna si faceva spesso dal balcone di casa alla mattina, calando un secchiello di vimini con i soldi, dopo aver trattato merci e costi, rispondendo alle voci decantanti degli ambulanti.

A proposito dei Paladini, le scene dipinte ricordavano, con un po’ di enfasi, il carattere eroico delle vicende amorose e guerresche legate al ciclo carolingio della letteratura francese (3).
Le cosiddette “chansons de geste”, la più famosa delle quali è la “chanson de Roland” (seconda metà dell’XI secolo), che si svolse attorno alle imprese di Carlo Magno e dei suoi paladini contro i Mori di Spagna, esaltandone eroismo, fede cristiana ed amore verso la patria francese.
I personaggi delle storie, narrate sui carrettini, ma anche in teatro con la famosa “opera dei pupi” (tutelata dall’UNESCO, dal 2001), sono Orlando, Rinaldo, Gano di Magonza, Angelica ecc. contro i nemici Saraceni.
La storia fu decodificata dal nostro Ariosto (1474-1533) con l’“Orlando furioso” e prima dal Boiardo con l’“Orlando innamorato” (1441-1494) e dopo anche da altri autori (4).

Il sabato o la domenica si andava al mare, appena fuori dal porto, verso est, o verso ovest, sul litorale, con l’autobus.
Le posizioni per fare il bagno erano comunque sempre sugli scogli (la spiaggia con sabbia fine era solo a Mondello, posto ... da signori), con mare pulito e col vantaggio della vicinanza dei paesi a ridosso della strada (Romagnolo, Villabate, Addaura, Sferracavallo, Isola delle Femmine ecc.). che permettevano di fare anche il pranzo: pane fatto in casa (scuro), condito con olio di prima spremitura, polpo bollito, focacce, arancine di riso, ricci di mare, pesce arrostito sulla brace ecc. (delizie e sapori indimenticabili).
Al pomeriggio (si pranzava e si cenava tardi, come si fa ancora nel Meridione) si faceva la passeggiata in centro per un gelato (i migliori gelati sono siciliani), o per una brioche con panna, o per una focaccia con la milza (nell’apposita e rinomata focacceria di Piazza S. Francesco, in stile liberty), o per dolcissimi fichi d’India sbucciati al momento (allora 10 lire al chilo) o per altro ancora (c’era solo l’imbarazzo della scelta, specie passando in pasticceria).

In fondo in Sicilia si mangiava sempre bene e non s’ingrassava, grazie al clima ed alle passeggiate che si potevano fare.

In conclusione (ma i ricordi sono veramente tanti), questi palermitani, figli di genti diverse, avendo avuto ed assorbito infinite esperienze culturali (Fenici, Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini – francesi-, Aragonesi –spagnoli-, Borboni ecc.), avevano preso il buono (ad esempio, l’arte, culinaria ecc.) ed il cattivo (per extenso la mafia), un po’ da tutti i popoli “invasori”, rimescolando gli ingredienti in un cocktail finale dall’essenza, perlomeno, vivacemente profumata….

BIBLIOGRAFIA
1) Scaturro I, Storia di Sicilia, 2 voll., Raggio Ed, Roma, passim
2) Vuillier G, La Sicilia, Ed Clio, Gruppo Edit. Brancato, S. Giovanni La Punta (CT), 2001
3) Sansone M, Disegno storico della letteratura italiana, Principato Ed, Milano, 1986
4) Sucato I, Palermo- Profilo storico e itinerario artistico-, Ed “La Via”, Palermo, 1969
5) Sucato I, Palermo sotto la dominazione araba, Ed “La Via”, Palermo, 1963, passim
6) Lo Dico G, Storia dei Paladini – Pipino e Berta del Gran Piè- a cura di Cammarata F, Associaz. Amici Opera dei Pupi, Palermo, 1970
7) Giardina R, L’Europa e le vie del Mediterraneo, Bompiani, RCS Libri, Milano, 2006
8) Brydone P et al, Incontro a Palermo, , a cura di Mozzillo A, Alfredo Guida Ed, Napoli, 1993
9) Piovene G, Viaggio in Italia, Baldini & Castoldi, Milano, 1993
10) Alajmo R, Palermo è una cipolla, Ed Laterza, Roma-Bari, 2005
11) Borghese A, Magia di un piccolo continente, Il Resto del Carlino, QN, Bologna, 17 luglio 2008 12) Siani A, Com’è limpido il cielo sopra Palermo, QN, Il Resto del Carlino, 35,18 novembre 2008, passim 2009

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Daniele Franchini