home e-mail News Cultura Medicina Varie Indice

Antonioli Umberto Arti figurative Ceramica Commenti E' Zoch Fotografia Graziani Lorenzo Letteratura Nanni Andrea Poesie Raitano A. Religione Scienze Storia Zaccaria A.

MAPPALUNA

di Alfonso Zaccaria

Presentazione:
E' con grande piacere che pubblichiamo questo breve racconto di fantascienza scritto dal Dott. Alfonso Zaccaria, già assiduo e gradito collaboratore di Pillole cartacee (bei tempi allora!)
Proprio pochi giorni fa è stato il 40° anniversario dello sbarco dell'Uomo sulla Luna e questo vuole essere il nostro omaggio all'avvenimento.

Primo giorno: Piccolo, in braccio a mia madre, davanti ad una finestra aperta su una chiara notte d’estate. Davanti, colline dolcemente degradanti verso il mare. Poche luci nelle case sparse, un paese con le sue piccole luci, disegna il contorno di un colle sulla destra. Su tutto, una Luna piena che illumina a giorno il paesaggio. Mamma mi indica la Luna e mi stringe a sé, come per guidare il mio sguardo. “La vedi la faccia della Luna? Li vedi gli occhi e la bocca? E Caino? Lo vedi Caino? E’ lì, sulla destra, piccolo, col fascio di legna sulle spalle, è lì che scappa perché ha ammazzato suo fratello.

"Lo vedi?”. Lo vedo. Vedo tutto: la faccia della Luna e Caino con il suo fascio di legna sulle spalle. Scappa, ovviamente, perché ha appena ammazzato suo fratello. “Base chiama Antares. Base chiama Antares. Rispondi, Antares…”.

Alzak venne svegliato in questo modo dal tono ossessivo e gracchiante della radio di bordo. Gli ci volle un po’ per realizzare appieno la realtà dei fatti, ancora concentrato com’era a pensare a quel sogno nel quale era immerso e che gli stava provocando, per la prima volta da quando era imbarcato sulla navicella, una sensazione di grande serenità.
Chissà perché, pensò, i sogni si sognano al presente? E poi, cosa significava quel sogno ambientato in un passato remoto col quale non aveva nulla a che fare? Tale infatti doveva essere, dal momento che ricordava esattamente ambientazione e abbigliamenti, tipici di un periodo risalente ad alcuni secoli prima, quando sulla Terra si era ancora lontani dal Grande Conflitto. “Base chiama Antares….” Rispose alla chiamata aspettandosi che, come tutte le altre volte, gli venisse annunciata l’ennesima delusione per il mancato successo dell’esperimento. In effetti era così.
Nuovamente, l’esperimento di telepatia non era riuscito o meglio, non aveva raggiunto un sufficiente grado di significatività rispetto alla possibilità del tutto casuale di indovinare l’oggetto che Base Beta2 gli inviava mediante onde paramagnetiche.
Alzak odiava quegli esperimenti. Aveva accettato perché, essendo rimasto senza lavoro a seguito del fallimento della società di tecnologie nella quale lavorava come geologo, doveva per forza sbarcare il lunario e poi anche perché quel lavoro gli dava la possibilità di passare quindici giorni terrestri su una navicella spaziale in orbita polare attorno alla Luna, una cosa che lo interessava molto per la possibilità di studiare le formazioni lunari che passavano sotto di lui. In realtà, l’obiettivo ufficiale della missione, quello, per così dire, di facciata, era proprio una esplorazione dall’alto di possibili siti lunari atti a operazioni di interesse mineralogico per conto di una compagnia privata. Per questo era stato scelto lui, per le sue competenze di geologo.
Il viaggio, infatti, era stato programmato in modo che il piano dell’orbita, che seguiva il corso dei meridiani, si trovasse costantemente sul terminatore e gli fosse pertanto possibile analizzare nel migliore dei modi le formazioni lunari. Durante i primi otto giorni (tempo terrestre), nelle numerose rivoluzioni che giornalmente percorreva attorno al satellite, aveva osservato la faccia nascosta della Luna. Nei prossimi sette avrebbe studiato la faccia rivolta verso la Terra.
Aveva tutto il tempo per farlo, dal momento che gli esperimenti di telepatia, l’obiettivo reale, e segreto, della missione, occupavano una quota minima del suo tempo in orbita. La Luna lo aveva sempre attratto. Fin da bambino, quando ancora viveva sulla Terra, aveva avuto un crescente interesse, che si era poi trasformato in autentica passione, per quell’oggetto celeste. La Luna esigeva da lui sempre più tempo, che lui sottraeva al sonno, con l’occhio fisso all’oculare del piccolo telescopio. Aveva studiato geologia con l’intenzione di diventare geologo lunare, senza peraltro riuscirvi. Ora ne aveva, pur di riflesso, una straordinaria occasione e voleva sfruttarla appieno. Dall’oblò della navicella osservava passare il Mare delle Crisi, e, in lontananza, il Mare della Serenità e il Mare della Tranquillità.
Quasi istintivamente gli venne da pensare che il mare delle Crisi potesse veramente rappresentare il fascio di legna sulle spalle di Caino, laddove Caino stesso era chiaramente rappresentato dalla sequenza del Mare della Serenità e del Mare della Tranquillità, per quanto riguarda la testa e il corpo e dai mari paralleli della Fecondità e del Nettare per quanto riguarda le gambe. Si sorprese che, per quanto conoscesse a menadito la superficie lunare, il suo interesse per la stessa fosse ora dettato principalmente dal sogno fatto in precedenza e non dalle sue approfondite conoscenze scientifiche e tecniche. Quel sogno (ma era veramente un sogno?) era così chiaro e netto nella sua mente che gli sembrava un episodio realmente vissuto (o rivissuto?), qualcosa emerso dal passato con un’intensità ed una forza tale da farlo sentire tutt’uno col bambino che, in braccio alla madre, osservava, sulla superficie bianca della Luna, le macchie scure che rappresentavano la faccia stessa della Luna e, più in piccolo, il primo assassino della storia in fuga dal suo assurdo delitto. Quel sogno gli aveva anche riportato alla memoria la figura di sua madre, che era rimasta sulla Terra e con la quale era in saltuario contatto telematico. Col passare del tempo, le figure dei genitori, che negli anni precedenti erano state forzatamente messe in secondo piano da altri, più importanti eventi, riaffioravano sempre più spesso dal passato, il più delle volte associate a piccoli momenti di vita comune, quando era un bambino: sua madre aveva sempre creduto nelle sue possibilità e, nonostante la famiglia fosse di modeste condizioni economiche, gli aveva dato la possibilità di studiare e di laurearsi, stimolando sempre in lui la convinzione di dover essere sempre il primo, sia negli studi che nelle altre attività extra-scolastiche. Convinzione che lui aveva fatta propria ma che proprio per questo, lo aveva costretto ad allontanarsi dalla casa paterna per seguire prospettive di carriera altrove. Il padre, senza dirlo espressamente, era fiero del figlio, anche se avrebbe voluto averlo vicino più spesso per una partita a carte, in cui egli, pur molto anziano, era ancora abilissimo. Alzak da giovane non aveva mai apprezzato questi giochi, preferiva leggere o dedicarsi ad altre attività. Passando gli anni, stava realizzando che forse aveva perso occasioni che il tempo futuro non gli avrebbe più concesso. Aveva avvertito in modo particolare questo sentimento una mattina di alcuni anni prima quando, dopo una malattia, guardandosi allo specchio, notò un’impressionante e mai avvertita prima, somiglianza con suo padre. Aveva letto da qualche parte che un uomo inizia ad invecchiare il giorno in cui inizia a somigliare a suo padre. Quella mattina ne aveva avuto una testimonianza lampante; l’orizzonte della propria vita, che fino ad un momento prima gli era apparso infinitamente lontano, era ora inaspettatamente vicino. Stava sorvolando la teoria dei grandi crateri, sul bordo orientale della Luna: Langrenus, Vendelinus, il bellissimo Petavius col complesso picco centrale e la grande spaccatura che taglia in due la piana dal picco al bordo. Poi Furnerius, Metius e l’immenso circo di Janssen. Prima di completare l’orbita e sparire dietro il satellite, rivolse un ultimo pensiero alla madre. Sto proprio invecchiando, pensò.

Secondo giorno. Le due lunghe palizzate si protendono verso il mare e guidano il rientro delle grandi barche con le vele gialle e rosse, ciascuna col simbolo della famiglia di appartenenza. Alcune sono rientrate al mattino con la pesca della notte alla luce delle lampade a carburo, altre sono appena rientrate, ora che è sera, silenziosamente, guidate con mano sicura dall’esperienza di anni di timone, ad infilare la strettoia dell’ingresso in porto sfruttando l’ultima brezza. In fondo alla palizzata, luce rossa da una parte, luce verde dall’altra. Siamo distesi sul bordo di cemento della palizzata. Sopra di noi un cielo concavo che comincia a riempirsi di stelle, sempre di più, mentre ad occidente i colori accesi del tramonto si vanno affievolendo. Venere domina la scena ad occidente e la Luna, una piccola falce, le è vicina e sembra galleggiare al di sopra della riga scura della pineta che si staglia, netta, contro gli ultimi bagliori del cielo. In un capanno vicino, il primo della palizzata, stanno tirando su la rete, a mano, girando un piccolo argano. Alla luce della lampada il retino raccoglie una magra manciata di piccoli pesci. Notte. La Via Lattea descrive un arco intero da capo a capo del cielo. La giornata è finita, la stanchezza, dopo i lunghi bagni e le interminabili nuotate, si fa sentire, ma lo spettacolo offerto dal cielo è incredibile. Sto tentando di riconoscere le costellazioni, usando una piccola mappa dell’Enciclopedia che mio padre mi ha regalato al passaggio dalla quinta elementare alle scuole medie. Lui fa il ferroviere, ha smesso di fumare e mi ha regalato l’Enciclopedia.

“Base chiama Antares”…. Svegliandosi di soprassalto, Alzak realizzò subito che il senso di serenità e rilassamento indotto dal sogno lasciava il posto ad un turbamento che diventava sempre più profondo man mano che domande sempre più impellenti si succedevano, affollandosi disordinatamente, nella sua testa.
La delusione, quasi la rassegnazione per l’esperimento telepatico andato a vuoto veniva progressivamente sostituita e compensata dalla curiosità di spiegarsi l’origine e la natura di quello che continuava a ritenere un sogno, ma che di sogno aveva solo una lontana parvenza, dal momento che la nitidezza delle immagini, la precisione dei dettagli e la perfetta memorizzazione ne facevano un fenomeno nuovo. Non che fosse un esperto di sogni, essendo di fatto un geologo, ma prima di essere scelto per l’esperimento di telepatia, aveva seguito diversi corsi, attraverso i quali aveva appreso i meccanismi che governano il pensiero, la localizzazione delle informazioni all’interno di specifiche aree cerebrali, il network molecolare che presiede alla elaborazione, classificazione e memorizzazione delle idee.
Dalle ultime concezioni nel campo della neurologia molecolare, era scaturita la possibilità di trasferimento di messaggi attraverso onde di nuova concezione, prive di qualsiasi possibilità di interferenze esterne, importantissime per le potenzialità di uso, soprattutto nel campo dello spionaggio militare. Di qui il primo tentativo di esperimento, segreto, e per questo, per non creare sospetti, affidato ad un non esperto e con un finto programma di geologia lunare.
Per di più, e proprio per allontanare sospetti, la stessa capsula spaziale era poco più che un rottame, nel quale piccoli incidenti, malfunzionamento di apparecchiature, difetti dei motori erano all’ordine del giorno. Il succedersi di quegli strani fenomeni nei quali si sentiva direttamente coinvolto e che lo meravigliavano anche per la sequenza temporale in cui si succedevano, tendeva ad occupare sempre di più i suoi pensieri e a distrarlo anche dall’osservazione della geografia lunare , che pure lo aveva appassionato da sempre.
Aveva sorvolato i Monti del Caucaso, Aristotele ed Eudosso, il Mare della Serenità e il Mare della Tranquillità, tra Plinius e Julius Caesar, dove si trovava la Base e la sua colonia abitata e si stava avvicinando al Mare del Nettare. Da lontano intravedeva Piccolomini, con la sua corona di craterini curiosamente disposti in cerchio. Veder passare sotto di sé Teophilus, Cyrillus e Catharina, con i loro versanti scoscesi e progressivamente più erosi gli dava, certo, emozione, ma pensare di rivivere, nel 2341, avvenimenti occorsi circa 3 secoli prima (tale era il periodo in dovevano essere localizzati i fatti in questione, considerando le caratteristiche dei luoghi e degli avvenimenti portati così chiaramente alla memoria), lo rendeva incredulo e nervoso.
Curiosità e rifiuto di capire si alternavano. A momenti era stanco e non aveva voglia di cimentarsi con nuovi problemi, più grandi di lui. Che si terminasse una buona volta l’esperimento e si tornasse a casa! Al diavolo telepatia e sogni strani! Un attimo dopo, si sentiva irresistibilmente attratto dalla prospettiva di rientrare in quel mondo antico, che gli appariva così semplice, pulito e sereno, e che sembrava avere qualcosa di familiare.
Ricordò la sua infanzia trascorsa in un piccolo paese sulla Terra, quando le estati apparivano interminabili, quando c’era l’ansia di diventare grandi e il tempo che ci separava dalla maggiore età non passava mai; e, per contro, avvertiva il rapido trascorrere del tempo, man mano che gli anni passavano. Ora, gli anni trascorrevano con una velocità impressionante. Con la deformazione mentale dovuta alla sua cultura essenzialmente scientifica, poteva affermare che il tempo era, oggettivamente, come un solido che si muove nello spazio con moto uniforme, ma soggettivamente come una sfera che si muove con moto accelerato, sempre più veloce, su un piano inclinato. Che scemenza, pensò, ritornando col pensiero a quel sogno che lo stava preoccupando ma anche attraendo. Ripercorse tutto il piano del progetto di telepatia, cercando una possibile spiegazione. Poi, ebbe un’illuminazione: dev’essere colpa dell’Oblimon!

Terzo giorno
Da una parte il muro merlato della Città antica, dall’altra una scarpata che scende verso la valle dove stanno le tombe dei profeti, la valle che accoglierà, alla fine del mondo, 144.000 eletti, 12.000 per ognuna delle 12 tribù. Sta calando la sera e siamo lontani dal nostro albergo. La notte sopraggiunge rapida. Una falce di Luna accoglie Venere nella sua concavità e sembra riprodurre meravigliosamente la bandiera dell’Islam.
Le note dell’Ave Maria provenienti dalle campane delle chiese cristiane si mescola con le lamentazioni del muezzin che chiama alla preghiera Alì, Mohammed, Mustafà…La purezza dell’aria è totale. Si respira la storia dell’umanità, in quel piccolo recinto che raccoglie tutte le razze e le religioni del pianeta. Siamo tutti sotto lo stesso cielo. Alzak questa volta si svegliò prima che venisse chiamato da Base Beta. Ptolemaeus, Alphonsus, Arzachel, passavano silenziosi e imponenti sotto la navicella. I bordi orientali dei crateri stavano ricevendo il primo sole.
La grande piana di Ptolemaeus, illuminata di striscio dai raggi che riuscivano a filtrare tra le creste della cinta orientale del cratere, era solcata dalle lunghe ombre che dalle creste stesse si protendevano per centinaia di chilometri fino al bordo opposto. Si meravigliò di come quella conformazione geologica che in altri tempi avrebbe attratto la sua entusiastica attenzione non gli apparisse ora altro che un dettaglio temporale che lo separava dall’oggetto sempre più prevalente nella sua mente. Un altro “sogno” vissuto in prima persona, in una località dove non era mai stato, ma che aveva “visto” poco prima con gli occhi di un uomo vissuto secoli prima.
Poi ricordò: già, l’Oblimon! L’intuizione che gli era balenata in testa la sera prima lo convinceva. Per accentuare la recettività alle onde paramagnetiche che la Base gli inviava e che contenevano le informazioni che lui avrebbe dovuto decodificare e ritrasmettere alla Base stessa, egli doveva assumere un farmaco, l’Oblimon, appunto. Lo assumeva controvoglia in quanto, per quanti effetti collaterali esso potesse avere, egli li soffriva tutti, accentuati anche dal mal di spazio, una cinetosi fastidiosa e continua che gli toglieva l’appetito e la voglia di fare (la riduzione dell’appetito non era un grave problema, considerata la qualità del vitto di bordo e la quantità di adipe presente sui suoi fianchi, per il secondo effetto, invece, potevano esserci dei problemi). Doveva essere stato un effetto collaterale dell’Oblimon.
Certamente era così, non poteva essere diversamente. Avrebbe voluto provare a non assumerlo per una notte, ma non gli era permesso. Il protocollo esigeva che l’esperimento venisse eseguito con tutti i crismi della regolarità. Maledetto esperimento. Ma quale telepatia! Non esiste! Non si trasmette nulla col pensiero.
Figuriamoci! E poi questo in corso dovrebbe essere un esperimento propedeutico alla trasmissione della materia con le onde paramagnetiche. Il teletrasporto. Roba da filmetti di fantascienza! E c’è pure chi ha soldi da buttar via per finanziare progetti folli come questo! Mentre si agitava pensando a queste cose, gli venne da considerare anche lo stridente contrasto tra quanto visto nel sogno e la triste realtà dei fatti: da una parte una sensazione di serena convivenza tra popoli diversi, dall’altra un avvenimento grave come il Grande Conflitto che 2 secoli prima aveva portato il mondo sull’orlo della catastrofe.
L’umanità aveva rischiato la cancellazione dalla faccia della Terra, a seguito di motivi economici, ideologici e religiosi e solo il caso aveva evitato una ecatombe universale.
Gruppi di nazioni diverse si erano scagliati gli uni contro gli altri in un effetto domino che sembrava inarrestabile. Fortunatamente, all’esplosione dei primi ordigni nucleari, si trovò la forza di fermarsi: milioni di morti e danni ecologici incalcolabili furono il tremendo tributo che la stupidità umana pagò alla propria sete di supremazia.
Da allora la Terra non fu più la stessa. Mutamenti climatici, migrazioni di popolazioni, repentini cambiamenti degli equilibri economici. Poi, lentamente, il mondo iniziò a risollevarsi da quelle macerie e l’umanità, riunificata sotto l’insegna della scienza, riprese a vivere e a prosperare. Dal suo oblò vedeva la Terra, era ancora il pianeta azzurro, ma era stata ad un passo dal diventare un pianeta morto, come Marte. Da lontano sembrava impossibile che su quella sfera azzurra sospesa nel vuoto ci fossero miliardi di esseri che si amavano e si odiavano, producevano opere di straordinaria bellezza e ordigni in grado di cancellare in attimo la vita dal Pianeta.
Questa sensazione lui l’aveva avvertita per la prima volta molto tempo prima, quando, giovane appassionato di astronomia, aveva osservato per la prima volta il transito di Venere davanti al Sole. Un pallino nero, che occupava una minima parte della superficie dell’astro. Quel pallino era in realtà grande come la Terra e si trovava ad un terzo della distanza tra la Terra stessa e il Sole. Come siamo piccoli! In quel momento aveva avvertito la reale dimensione del nostro mondo rispetto ad un pur infinitesima parte dell’Universo. Siamo un granello di sabbia che ruota attorno ad una stella, una falena che vola intorno ad un lampione. E ci facciamo la guerra! Ripercorse poi gli anni in cui si trasferì sulla Luna, attratto dalle grandi possibilità di studio e di lavoro. La Luna, che era stata colonizzata anche prima del Grande Conflitto, con intenti prevalentemente militari, era diventata sede di diverse basi dove varie migliaia di scienziati vivevano e lavoravano insieme. La scoperta di nuove fonti di energia e la possibilità di generare l’ossigeno direttamente dalle rocce lunari aveva consentito una pressoché totale autonomia dalla Terra. Per questo motivo, molti scienziati e tecnici si erano da tempo stabiliti permanentemente, anche con le loro famiglie, sulla Luna. Alzak era uno di questi. Tuttavia, il germe della discordia cominciava di nuovo a serpeggiare. La memoria dello scampato pericolo non era più così presente e l’esperimento di cui Alzak era protagonista si inquadrava in questo nuovo tentativo di stabilire una supremazia tecnologica in grado di porre la Nazione al di sopra delle altre. Anche per questo motivo, Alzak era quasi felice che l’esperimento non sortisse la conclusione prevista.

Quarto Giorno: Una piccola aula piena di gente, la maggior parte con un camice bianco. Sono seduto vicino al mio inseparabile amico, un po’ stempiato e con due lunghi baffi. Grande cicaleccio in attesa dell’arrivo del Professore per il meeting settimanale. I due posti vuoti davanti a noi vengono occupati da due ragazze mai viste prima. Devono essere due nuove interne, penso. La prima sorride, un po’ spaesata in quell’ambiente nuovo; l’altra ha un’aria altera, guarda dall’alto in basso e sembra non risentire minimamente della novità dell’ambiente. E’ seduta davanti a me. Ha i capelli raccolti dietro e in alto sul capo. Mi sposto lateralmente per guardare il suo viso. Ha un profilo egizio, dico fra me e me. Ricorda un busto di una regina egizia, attraente ed enigmatico. Ho un libro di arte egizia, una delle mie passioni, e il busto di Nefertiti è un capolavoro assoluto. Quel volto, di terracotta dipinta, è tanto più interessante in quanto, pur essendo ben conservato, presenta una mancanza di pittura proprio in corrispondenza dell’occhio sinistro. Osservando separatamente e alternativamente le due metà del volto, si ha la sensazione di due persone con caratteri diversi, serena e raggiante l’ una, seria e impenetrabile l’altra. Sembra Nefertiti, dico fra me. Mi avvicino e le soffio sul collo, piano. Istintivamente, si passa una mano sulla nuca, non realizzando sul momento che un cretino dietro di lei la sta importunando. Soffio di nuovo, un po’ più forte. Si gira e mi fulmina con lo sguardo, senza dire parola. Non oso riprovarci. Totalmente disinteressato all’argomento del meeting che nel frattempo è iniziato, torno a guardarla di lato. Mi sembra che una piccola piega ai lati della bocca tradisca un accenno di sorriso.

Un filo di fumo dall’odore acre e pungente risvegliò Alzak dal suo sonno popolato di sogni. Il terrore si impadronì di lui quando vide che un elemento della strumentazione di bordo era andato in corto e stava emettendo fumo.
Rapidamente provvide a spegnere lo strumento e quant’altro non fosse strettamente indispensabile al momento, pregando che il danno non fosse serio. Maledetta scatola di sardine! Un altro po’ e finisco arrosto! Altro che esperimento, qui ci rimetto le penne! Fortunatamente il danno non aveva interessato gli strumenti di manovra della navicella, per cui, dopo qualche minuto di angoscia, e qualche decina di imprecazioni,
Alzak potè rilassarsi e tornare alle sue occupazioni. Sorvolando il Mare delle nubi, salutava, sulla sua sinistra, la lunga scarpata della Rupes Recta e iniziava a vedere da lontano avvicinarsi l’ovale di Plato con i suoi piccoli crateri all’interno. Ricordava che, da piccolo, quando osservava la Luna dalla Terra col telescopio, vedere i quattro craterini all’interno di questo cratere, e soprattutto riuscire a separare i due molto vicini era una prova di buona qualità del telescopio ottico (non amava le procedure automatiche che facilitavano grandi risultati con poca fatica). Certo, riuscire a vedere i quattro craterini, con l’inquinamento atmosferico sempre più intenso era diventato molto difficile, soprattutto dopo quanto di polveri e sostanze volatili era stato immesso nell’atmosfera dal Grande Conflitto Aveva fatto le rilevazioni geologiche richieste con qualche risultato apprezzabile; almeno quello, visto il sicuro fallimento della parte del programma relativa agli esperimenti di telepatia. Indovinare la natura di disegni trasmessi nello spazio attraverso onde paramagnetiche doveva essere la base per esperimenti ancora più complessi.
Sapeva che esperimenti del genere erano in corso in altri luoghi e altre condizioni, con altri sperimentatori, ma nel suo caso, l’esito sarebbe certamente stato negativo. Gliel’aveva detto anche Gizah, sempre sospettosa e diffidente tutte le volte che si prospettava per lui un impegno nuovo, magari lontano da casa e con rischi non sempre perfettamente calcolabili. Ma lui aveva accettato ugualmente, stimolato dall’indubbio interesse per l’esperimento e dalla coscienza delle proprie possibilità.
Purtroppo, nell’arco di pochi giorni, l’andamento degli eventi stava spegnendo le sue speranze iniziali. Sorvolato Plato e i Montes Tenerife con quella curiosa formazione a forma di freccia, ecco davanti il grande Mare delle Piogge e, sulla sinistra, Copernicus con i bordi terrazzati, gli Appennini col profondo Eratosthenes e il fantasma di Stadius. Nell’attesa di conoscere lo scontatissimo risultato delle nuove serie di immagini trasmesse da Base Beta, pensava alla strana assonanza tra quanto visto in sogno e le realtà dei fatti.
Non poteva non notare una vaga somiglianza tra la ragazza del sogno e Gizah, soprattutto per quell’atteggiamento alternante di impertinente strafottenza, da un lato, col quale tentava di scoraggiare i suoi primi approcci e di invitante tenerezza, condita con complici occhiate, dall’altro, col quale, invece, sembrava aprire varchi alla speranza.
Questo continuo succedersi di sensazioni di apprezzamento e di rifiuto creava in lui un senso di incertezza, precarietà, sconcerto, soppiantato, in altri momenti, da un senso di speranza, illusione, in una parola, di felicità. Non gli era mai capitato prima. Con le altre ragazze era sempre stata una questione di chiarire subito se fosse un sì o un no, poche storie, non ho tempo da perdere, devo studiare, lavorare. Ma qui era diverso. Stava avvertendo nettamente che veniva piano piano avviluppato in una rete invisibile che lo faceva soffrire, ma nella quale cercava pervicacemente e ostinatamente di entrare. Alzak sapeva che era nata sotto il segno del Sagittario, un essere dalla doppia figura ed espressione, nell’immaginario mitologico, di una doppia personalità. Nei momenti di depressione, quando lei sembrava ignorarlo, se la prendeva col segno zodiacale (era nata il primo giorno di quel segno ma doveva esserle restata attaccata la coda dello Scorpione, a giudicare dal pungiglione che ogni tanto estraeva!).
Lui odiava da sempre gli oroscopi, i ciarlatani che li facevano e i gonzi che pagavano per farseli fare. Nemmeno il Grande Conflitto era riuscito ad eliminarli. Ora tuttavia provava sulla sua pelle la corrispondenza tra quelle che aveva sempre considerato fandonie e la realtà dei fatti. In altri momenti gli bastava un sorriso di lei (tu ridi con gli occhi, le diceva) per sentirsi appagato. In effetti le espressioni del volto di Gizah erano prevalentemente concentrate nei suoi occhi scuri.
Ricordava bene che anche durante l’analisi delle polveri minerali, quando portavano la mascherina che lasciava scoperti solo gli occhi, lui riusciva ad interpretare in ogni momento i sentimenti di lei. Si erano conosciuti nell’ambito del lavoro: lei, studentessa interna, era stata affidata a lui, giovane ricercatore precario, per la compilazione della tesi. Una tesi sperimentale, complessa, che richiedeva lunghe ore al microscopio polarizzato per analizzare campioni di rocce. Una volta, forzando una sua innata timidezza unita al timore di un più che probabile rischio di una definitiva rottura, lui mise fuori uso il monitor che inquadrava il campo del microscopio e, di conseguenza, le disse che avrebbero dovuto eseguire le osservazioni utilizzando ciascuno un singolo occhio per un singolo oculare del microscopio. Ciò faceva sì che i due visi fossero vicinissimi, si sfiorassero quasi. Lei non si sottrasse a quel contatto e lui, momentaneamente disinteressato all’aspetto microscopico delle formazioni rocciose, la baciò sulla guancia.
Il grande cerchio di Clavius e il vicino Tycho, con la sua immensa raggiera di ejecta, erano ora sotto di lui. Immaginava gli asteroidi che, disposti in fila, attirati dalla gravità della Luna, si scagliavano uno dopo l’altro contro di essa, centrando il grande Clavius in un ordine perfetto e progressivo.

Quinto giorno Davanti, un mare piatto. Aria umida, calda di una notte d’estate. Non c’è altro che una bava di vento, che non placa la sensazione di afa. Dietro di noi, uno spicchio di Luna descrive un’orbita bassa, dietro le colline. Un treno passa con rumore assordante lungo la ferrovia che costeggia la spiaggia di sassi. Siamo distesi. Davanti a noi i bambini, tutti eccitati, in attesa di vedere le Perseidi (chiamarle stelle cadenti sarebbe stato banale; chiamarle Perseidi li ha resi più curiosi e nello stesso tempo li ha fatti sentire più grandi). Ho schematizzato su un foglio il cielo davanti a noi con le principali costellazioni e la linea ondulata del mare. Dopo avere assegnato a ciascuno una parte di cielo da osservare, aspettiamo con ansia che faccia buio. Potremo così non solo fare a gara a chi ne vedrà di più (senza barare), ma anche riportare sul foglio la traiettoria che le meteoriti tracceranno in cielo. Prometto che alla fine ci sarà una sorpresa. L’eccitazione iniziale e la curiosità vengono messe a dura prova dall’attesa. I bambini vogliono tutto e subito, altrimenti si stufano.
Provo ad indicare le principali costellazioni. Vedete quelle sette stelle, laggiù a sinistra? Sembrano un grande cucchiaio. Si chiama Orsa Maggiore. Divertiti, vedono un grande cucchiaio, ma non un’orsa (la coda così lunga un’orsa non ce l’ha!). Si chiama anche Grande Carro. Ma non conoscono i carri di una volta col lungo timone che si insinuava tra i buoi. I sette buoi (septem triones, da cui settentrione) sorvegliati dal Bifolco con la luminosa Arturo (ridono a sentire Bifolco e Arturo). Se partiamo dalle due stelle di destra dell’Orsa Maggiore e andiamo su, troviamo la Stella Polare. E’ la stella ferma nel cielo, tutte le altre le ruotano attorno. In realtà, non è il cielo che ruota, ma è la Terra che ruota su se stessa e dà invece l’impressione che sia il cielo a ruotare. Troppo difficile, l’attenzione sfuma rapidamente, li sto perdendo. Recupero con le fiabe. Lo sapete che il cielo racconta delle favole? Nuovo interesse, mi viene concesso un attimo di attenzione, ma gli sguardi mi dicono: se ricominci con la rotazione del cielo e della terra non ti ascoltiamo proprio più! Perseo era un principe che viveva in Grecia migliaia di anni fa. Tagliò la testa a Medusa, un mostro che aveva serpenti al posto dei capelli; chi la guardava diventava di pietra.
Dalla testa di Medusa nacque Pegaso, un meraviglioso cavallo alato. Perseo saltò in groppa al cavallo alato e cominciò a scorrazzare in giro per il cielo. Sorvolando mari e montagne, vide una bellissima principessa chiamata Andromeda, incatenata ad uno scoglio, che stava per diventare preda di un altro terribile mostro. Era il prezzo che il padre (re di quei popoli) doveva pagare per liberare la sua gente da quel flagello. Perseo uccise il mostro e sposò Andromeda. Bella favola. Difficile illustrarla nel cielo dove occorre molta fantasia per intravedere una qualche corrispondenza tra l’asterismo in causa e l’oggetto di riferimento. Perseo sta appena sorgendo dal mare e poi, come si fa a vedere un cavallo in un quadrato di stelle? Vengo guardato con sospetto.
Cerco di spiegare la morale della favola. Se l’uomo si rende schiavo di istinti cattivi diventa di pietra, insensibile alla sua parte buona. Se invece si libera della sua parte cattiva (uccide la Medusa che ha in sé), allora può liberare lo spirito, la fantasia, la libertà. Pegaso, il cavallo alato, rappresenta proprio ques… Eccola!!! Finalmente, una prima, luminosa, bianca Perseide, passa tra il Cigno e la Lira. Sono salvo! Adesso è quasi una pioggia, le scie luminose si succedono a ritmo incessante. Eccola! E’ iniziata vicino a quella stella ed è arrivata laggiù! Disegno le tracce sul foglio. Anche i bei giochi durano poco. Dopo un’ora loro sono stufi, ma sul foglio ho tracciato una ventina di linee nelle direzioni e della lunghezza di volta in volta indicatemi. Adesso guardate! Sorprendentemente, le tracce sono disposte a raggiera e sembrano originare tutte da uno stesso punto, situato proprio nella costellazione di Perseo, da cui il nome. Trionfante, mostro il disegno ai bambini, che rispondono con un contenuto stupore. Mi basta uno sguardo per capire che di astronomia per quest’anno ne hanno avuto abbastanza. Stanno già pensando ad altro. Altri giochi li attendono.

Alzak era già sveglio quando la radio gli comunicò che, di nuovo, la trasmissione delle nuove onde non aveva dato alcun risultato apprezzabile. Si capiva chiaramente che l’esperimento non avrebbe avuto un esito favorevole. Tuttavia, non comunicò alla Base i fatti piuttosto straordinari che gli stavano capitando, nel timore che, ipotizzando qualche effetto collaterale ancora sconosciuto del farmaco, la Base stessa potesse decidere di concludere in anticipo la sperimentazione.
Era, infatti, ormai talmente preso da quegli eventi che aspettava con ansia crescente il momento del sonno serale (ammesso che in un’orbita lunare si possa parlare di giorno e sera, ma il tempo era convenzionalmente scandito sul tempo terrestre) per poter assistere ad un altro episodio di quello che gli appariva come una sequenza programmata della vita di una normalissima persona vissuta circa trecento anni prima. Ma come si era potuta essa intrufolare così prepotentemente nella sua testa e nella sua vita? Il Sinus Iridum gli appariva incredibilmente bello, inondato dal primo sole che faceva risplendere le cime dei monti sulla superficie scura della pianura antistante. La Terra, davanti a lui, assisteva immobile a quello spettacolo.
L’ultimo sogno lo portava a pensare ai figli che aveva lasciato pochi giorni prima. Un rapporto certamente bello, almeno dal suo punto di vista. Ma ora, lontano da loro, si chiedeva se anche per loro fosse lo stesso. Non era un padre molto presente. Le necessità del lavoro, ma anche una malcelata predilezione per la propria attività rispetto alle cose di casa, il maggior interesse per lo studio che per le occupazioni domestiche, lo vedevano piuttosto estraneo alla famiglia. In sostanza, cosa mai pensata prima, rinchiuso in quella piccola scatoletta di latta che ruotava stupidamente attorno al nostro satellite per fare cose ancora più stupide, veniva colto da una crisi sempre più acuta, e si vedeva miope ed egoista ad inseguire sogni di carriera e di studio, trascurando persone care.
I figli li aveva visti, il più delle volte, ancora addormentati la mattina al momento di recarsi al lavoro e già addormentati la sera, al rientro. Ovviamente, non aveva mai compreso l’importanza delle piccole cose di casa, ad esempio, i progressi dei figli nel parlare ( la figlia, precocissima, si esprimeva benissimo già prima dell’anno di vita, il maschietto, a tre anni ancora parlava in modo difficilmente comprensibile, ma aveva altre risorse per farsi capire; si rifarà più avanti, si diceva convinto).
A modo suo certamente adorava i figli, ma per lungo tempo aveva considerato prioritari altri fattori, come ad esempio riuscire a pubblicare le proprie ricerche in una importante rivista del settore o portare il frutto del suo lavoro ad un convegno di esperti. Non c’è dubbio che sentisse appieno la responsabilità della famiglia, era l’unica fonte di guadagno per essa, dal momento che la moglie lo aveva seguito sulla Luna, aveva rinunciato alla sua carriera di ricercatrice, si era dedicata completamente ai figli e, avendo entrambi lasciato i genitori sulla Terra, non voleva mettere i figli nelle mani di estranei, già troppi erano i pericoli in quell’ambiente ostile. Passato tra Copernicus e Kepler, si avvicinava ora rapidamente alla parte meridionale del satellite.
Certo che Gizah aveva avuto coraggio a seguirlo. Col passare degli anni, la ragazza bellissima ed enigmatica che gli aveva catturato il cuore, aveva lasciato il posto ad una donna che aveva fatto della sua famiglia l’oggetto del suo costante pensiero. Era normale, pensava adesso, lontano da lei, che ci fosse uno scarso dialogo fra loro, tanto erano profondamente separati gli argomenti di interesse: pannolini e pappette da una parte e attività scientifica dall’altra.
Stranamente, a migliaia di chilometri di distanza, vedeva ora con occhi diversi la situazione. E’ strano come la lontananza riesce a volte a chiarire situazioni che a diretto contatto non vengono colte per quello che sono. Approssimandosi a completare un’altra giornata, si disponeva a raccogliere nuovamente le informazioni che la Base gli inviava e che avrebbe elaborato nelle ore successive, ma soprattutto si disponeva ad assistere ad un altro episodio della vita di quel misterioso, ma ormai familiare, personaggio.

Sesto giorno Notte fonda. Il Reparto è tranquillo, dopo i problemi che hanno agitato pazienti e personale per alcune ore, prima di mezzanotte. Quando vengono, i problemi vengono tutti assieme, ripete l’infermiera, stanca ma finalmente rilassata.
Abbiamo appena terminato il giro di terapia di mezzanotte; siamo anche riusciti ad eseguire l’endovena al n.16 senza svegliarlo, una vecchia scommessa fra me e l’infermiera. Anche nelle situazioni più tragiche si riesce sempre a trovare un motivo per sorridere. Dev’essere un meccanismo psicologico particolare, simile all’istinto di sopravvivenza, per evitare che il cervello entri in un processo di fusione irreversibile. Dalla finestra aperta si vede la Luna piena, che fa capolino dietro i grandi alberi che occupano gli spazi fra i numerosi edifici del Policlinico. Le ultime trasfusioni di sangue stanno finendo. I pazienti dormono, quasi tutti. Sono passato da poco a rivederli, silenziosamente e senza accendere la luce, per non svegliarli. Quelli svegli, alla luce fioca e lontana della guardiola, mi bisbigliano buonanotte. Vedo un cenno di sorriso. Ce ne vuole per sorridere, penso, con quello che stanno passando.
Chemioterapie, farmaci di ogni tipo, trasfusioni… speranze mai sopite. Il mondo, con i suoi miti e i suoi eroi di carta appare molto lontano. Sono questi gli eroi.

Adesso era tutto più chiaro. Finalmente, Alzak aveva identificato con maggiore chiarezza natura e professione del personaggio che da qualche tempo popolava i suoi pensieri.
Un medico, di alcuni secoli prima. Certo, gli veniva da sorridere, pensando a quanto aveva assistito. Era ancora l’epoca delle trasfusioni di sangue, un principio terapeutico arcaico, da tempo sostituito col sangue artificiale, tra l’altro continuamente perfezionato e ora totalmente privo di effetti collaterali. E poi, quell’orrore della chemioterapia. Per quanto ne sapeva lui, la terapia dei tumori era attuata con farmaci specifici, preparati con metodiche di farmacologia molecolare, farmacogenomica, cose che sapevano anche i bambini. Non che i problemi della salute dell’uomo fossero risolti.
Tutt’altro. Il Grande Conflitto aveva provocato un enorme inquinamento chimico e radioattivo, per cui erano insorte malattie sconosciute e quelle conosciute, che avevano in precedenza lasciato intravedere la speranza di una loro totale e definitiva soluzione, apparivano ora caratterizzate da una maggiore virulenza e resistenza alle cure. Aveva sempre visto la Medicina come una interminabile gara ad inseguimento, nella quale il protagonista vede costantemente un altro corridore davanti a sé e ogni volta che riesce a raggiungerlo pensa che non ve ne siano altri più avanti, che quello sia l’ultimo e che dopo vi sia il traguardo. Invece, ogni volta che raggiunge un fuggitivo, egli si accorge che davanti a sé c’è sempre un altro corridore, più veloce e più difficile da raggiungere… L’importante è la salute!
Tagliò corto, come gli succedeva quando i pensieri cominciavano a diventare un po’ troppo complessi e tendevano a distrarlo da qualcosa di importante. Solo che in quel caso di importante da fare non c’era proprio niente, se non la rassegnazione a chiudere una volta per tutte quell’esperienza e tornare a casa. Pensava anche a certi suoi colleghi di università che avevano scelto altre strade e che avevano fatto fortuna in vari campi, mentre lui aveva dovuto arrabattarsi tra lavori interessanti sì, ma poco redditizi.
Quando era più giovane, aveva anche provato invidia per essi, ora meno.
Dopo tutto ciò che aveva gli bastava. Qualcosa di buono aveva fatto. Faticava solo a digerire le sconfitte, perché quella che stava vivendo era una solenne sconfitta per sé e per la scienza, anche se si rendeva conto che forse il mancato successo di quegli esperimenti potevano avere evitato nuovi rischi di eventi funesti.
Il Mare Humorum, con lo splendido Gassendi, dal fondo martoriato, si stava avvicinando. “Base chiama Antares, Base chiama Antares”. Rispose stancamente, aspettandosi i soliti commenti negativi, ma il suo tono di voce cambiò immediatamente quando dalla Base gli chiesero se fosse intervenuto qualche elemento nuovo che avesse potuto modificare l’esito dell’esperimento. Ad una sua richiesta di maggiori dettagli non fu data risposta, ma di nuovo gli venne chiesto se avesse notato qualche novità o avesse avvertito sensazioni strane durante la trasmissione dei dati. Negò e naturalmente non disse nulla riguardo la serie di sogni che aveva fatto, ma rimase incuriosito e incredulo al pensiero che qualcosa fosse finalmente andato per il verso giusto e si mise nella disposizione d’animo di attendere con ansia di tornare alla Base per verificare in cosa consistesse questa novità.

Settimo giorno Sul terrazzo di casa, col mio nuovo telescopio, sto osservando una Luna di sette giorni, alta nel cielo terso di una notte d’inverno. La passione per l’Astronomia è riesplosa da quando ho avuto di nuovo a disposizione un ampio terrazzo dal quale fare osservazioni. Proiettandomi nello spazio, riesco a dimenticare problemi e conflitti insorti durante le pesanti giornate di lavoro. Meglio che se assumessi un antidepressivo. Mi sento come se fossi seduto alla sinistra del Padre, solo perché a destra c’è già seduto qualcun Altro. Questa sera fa molto freddo.
Ogni tanto devo rientrare per riscaldarmi. Ho intrapreso da due anni il folle progetto di disegnare direttamente al telescopio l’intera mappa lunare. Per fare questo, ho programmato una suddivisione della superficie della Luna in dodici parti che ho riquadrato e all’interno delle quali ho abbozzato, riferendomi ad una carta ufficiale della Luna, le posizioni dei crateri e delle formazioni lunari maggiori. Ottenuti questi punti di riferimento, ho cominciato a riempire gli spazi disegnando tutte le formazioni via via più piccole e fini, arricchendole di sempre maggiori dettagli. Il problema maggiore è rappresentato dal fatto che la montatura non è motorizzata per cui, incrementando gli ingrandimenti, il moto apparente della Luna all’interno del campo è sempre più veloce e occorre molta prontezza per cogliere un dettaglio e riportarlo sul foglio di disegno, perché quando si torna con l’occhio all’oculare, il dettaglio è già passato e occorre intervenire manualmente per riportarlo nel campo.
Pertanto, diventa tutto un gioco: guarda, disegna, gira la manopola di declinazione, verifica, correggi, riguarda, ridisegna, riverifica…Da impazzire. Ma perché nostro Signore non ci ha dotato di quattro occhi e quattro mani? Sarebbe stato più semplice disegnare una mappa lunare all’oculare di un telescopio senza motori. Nonostante tutto, in oltre due anni sono riuscito a portare molto avanti il progetto. Mi manca solo una serie di dettagli proprio nel centro della Luna perché nei mesi precedenti o c’era stato tempo brutto o nelle sere buone non avevo potuto, per impegni vari, osservare al telescopio. Sì, perché il cielo è come una bella donna: si concede secondo i suoi ritmi e non secondo i nostri, e spesso rende vana l’attesa negandosi alla vista proprio quando noi l’aspettiamo con maggiore ansia. Ma questa notte la Luna non mi sfugge. Devo finire. Riempio gli ultimi spazi rimasti vuoti tra Albategnius e Hipparchus e ho finito!
Ci sono molte imperfezioni nella mappa, mi rendo conto, soprattutto nelle parti che ho disegnato per prime, quando capire i rapporti spaziali tra i crateri comportava molti problemi. Ma, bene o male, è fatta. Mi sento molto soddisfatto. Da tempo ho anche pensato di dare un titolo al mio lavoro. Con quella presunzione propria dei neofiti, tanto poi la Mappa non la vede nessuno, la chiamerò Mappaluna. Il mio quaderno di disegni ha la copertina azzurra e su di essa traccio il titolo: MAPPALUNA, appunto. Vorrei condividere questa soddisfazione con qualcuno, ma i bimbi (li chiamo così, ma ormai sono grandi) dormono e mia moglie è più interessata ad uno dei tanti programmi della televisione che alle mie osservazioni notturne.
Eppure, ho la sensazione di non essere solo, come quando, tempo addietro, quando abitavo in un’altra città e avevo un piccolissimo telescopio, poco più che un giocattolo, e i bambini erano piccoli, avvertivo la loro presenza dietro di me, alla finestra che dava sul balcone. Allora mi giravo e vedevo i loro volti seri e le loro espressioni stupite. Non capivano cosa ci facessi fuori al freddo, a guardare in un tubo. Qualche volta erano anche venuti a guardare all’oculare, avevano mostrato anche interesse, al momento, che però, con mio disappunto, non si era trasformato in passione definitiva.
La cosa mi dispiaceva perché la consideravo una mia mancanza personale, era colpa mia se non ero riuscito ad interessarli. Come si fa a non apprezzare uno spettacolo come la Luna, Giove o Saturno? Coltivo la speranza che magari da adulti, ripenseranno a quel padre che stava fuori al freddo a guardare in un tubo anziché giocare con loro e cercheranno magari di capirlo, se non di perdonarlo. Rientro un attimo per scaldarmi. Ho terminato la mappa. Per questa sera, basta così. Smonterò il telescopio. Ma… Sul terrazzo c’è una strana luce, come una polvere luminescente, che rapidamente svanisce, un leggero crepitìo, poi più nulla. Esco, è tutto in ordine, il telescopio, il seggiolino, il contenitore degli oculari, il quaderno azzurro… No, il quaderno azzurro con la mia mappa non c’è.
Guardo meglio, nell’oscurità, non c’è. Guardo ovunque. Un colpo di vento può averlo fatto volare dal terrazzo? Mi sporgo fuori ma non riesco a vedere nulla. Guardo anche in casa, nel caso lo avessi distrattamente portato all’interno quando sono rientrato per scaldarmi: nulla. Dev’essere caduto dal balcone. Ma cos’era quello strano fenomeno luminoso? Forse un bagliore provocato da un’auto di passaggio. Certamente il quaderno è volato dal balcone. Vado giù e lo recupero…

“Base chiama Antares. Base chiama Antares…” La comprensibile espressione di malumore che coglie tutti noi quando siamo svegliati di soprassalto, divenne uno scatto d’ira per Alzak dal momento che era stato privato della conclusione di quello che doveva essere l’ultimo sogno della serie. Si stava infatti avvicinando il momento di rientrare alla Base. L’avvertimento lanciato via radio era proprio relativo alla necessità di preparare le manovre di rientro. Si sentiva combattuto tra il piacere di ritornare a casa e la curiosità di sapere di più riguardo quegli strani sogni che ormai erano diventati una parte preminente del suo interesse sia sotto il profilo scientifico che personale, tante erano le affinità che aveva notato con questo ignoto personaggio. Iniziò ad armeggiare con pulsanti e manopole, seguendo scrupolosamente la procedura, nel timore che una manovra non corretta potesse mandare in tilt quella che solo una persona dotata di un inguaribile senso dell’ottimismo poteva chiamare navicella spaziale.
Prima di premere il pulsante che governava l’accensione dei retrorazzi, pregò, cosa che non gli capitava da tempo. Quando avvertì il forte contraccolpo di decelerazione, capì che le cose stavano procedendo normalmente. Si preparò mentalmente al momento in cui sarebbe comparso davanti alla Commissione per la relazione sull’esito della missione. Non avrebbe avuto molto da dire. Era combattuto se riferire o no a proposito dei “sogni”, nel timore che quei fatti potessero essere interpretati come un problema dipendente da lui stesso.
In tal caso c’era il rischio che potesse essere considerato lui il responsabile dell’esito negativo della missione. Nello stesso tempo era curioso di sapere che cosa avesse ultimamente interessato i suoi interlocutori.
Qualche trasmissione di dati era stata coronata da successo? La telepatia, in cui sinceramente non aveva mai creduto, aveva in qualche modo prodotto risultati? Rifiutava istintivamente questo pensiero. E il teletrasporto, poi! La superficie della Luna si avvicinava sempre più ed aumentava la sensazione di velocità relativa. La sua mente era occupata da pensieri contrastanti. Arzigogolava su come poter relazionare al meglio davanti alla Commissione. Avrebbe certamente fatto menzione di possibili nuovi effetti collaterali dell’Oblimon. Con l’approssimarsi dell’allunaggio, aveva provveduto a spegnere tutte le luci interne della navicella. Erano presenti solo le spie multicolori del quadro di comando ed il riflesso della luce esterna, che filtrava attraverso l’apertura dell’oblò. Improvvisamente avvertì un crepitìo sospetto ed una fioca luminosità diffusa, come una polvere luminescente, all’interno dell’ abitacolo. No, pensò, non tradirmi proprio ora, maledetto bidone spaziale!
Cercò di capire quale inconveniente fosse capitato, controllando rapidamente la strumentazione. Contrariamente a quanto più volte si era verificato in precedenza, tutto sembrava funzionare regolarmente. Quell’insolito fenomeno si era rapidamente dileguato, così come rapidamente si era manifestato. Raccolte le idee, passato il timore iniziale, con ancora il cuore in gola, ma rinfrancato per lo scampato pericolo, si rimise al lavoro per gli ultimi dettagli del rientro. Fu distratto solo da un leggero urto sulla nuca da parte di qualcosa che evidentemente fluttuava nell’abitacolo.
Si stupì perché aveva scrupolosamente osservato la procedura di rientro. Una delle prime regole era quella di mettere in sicurezza l’abitacolo stesso fissando tutti gli oggetti per evitare che corpi liberi potessero danneggiare le apparecchiature al momento della riduzione della velocità. Si girò per vedere cosa avesse dimenticato di riporre. Nella scarsa luce della navicella fluttuava un oggetto di colore azzurro, apparentemente un quaderno che, dalle sue pagine aperte, mostrava disegni di crateri lunari. Alzak lo afferrò, e si rese conto di avere già visto quel quaderno. Lo pose nel fascio di luce proveniente dall’oblò, per osservarlo meglio.

Sulla copertina c’era un nome: MAPPALUNA.

Zaccaria Alfonso: indice
Webmaster
Daniele Franchini