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Eutanasia

di Daniele Franchini

Questa conferenza è stata letta e commentata il 19 aprile 1950, nella sede del Centro giovanile di Studi di Imola. Come omaggio ai ricordi del passato, per fare notare con quanta anticipazione studenti universitari di una piccola città di provincia trattassero, oltre 50 anni fa, gli argomenti che occupano ora e ancora le prime pagine, inizio a pubblicare con questa, una serie di conferenze tenute a Imola negli anni 1949-1951.

Se mi permettete inizierò leggendovi l'ultimo capitolo (è breve) del romanzo di James Harpole: "Behind the surgeon's mask." (Dietro la maschera del chirurgo) di cui ho avuto sottomano l'edizione originale americana.
Per questo l'ho tradotto come meglio ho potuto, cercando di. seguire nei limiti del possibile lo stile dell'autore, con l'intento di proporvi un brano di vita realmente vissuta, che compendia tutto il pensiero dei medici e degli uomini sull'argomento. Un cultore di lingue o di lettere avrebbe fatto di certo molto meglio ma io non ho potuto fare di più.
Il romanzo, o meglio questa autobiografia romanzata, tratta della vita di un chirurgo americano, nella sua intimità familiare, nella sua cerchia di lavoro, a contatto coi pazienti e con le loro famiglie, costantemente innanzi al dolore ed alla morte. L'ultimo capitolo tratta appunto dell'eutanasia.

Rimando alla pagina BEHIND THE SURGEON'S MASK (DIETRO LA MASCHERA DEL CHIRURGO), dove potrete leggere il capitolo XXI: Il diritto di uccidere.

Potrete poi ritornare a questa pagina e continuare leggendo il mio pensiero di allora (1950) che, nonostante le nuove conoscenze, non si discosta di molto da quello di oggi.

Mi piace far notare come già allora parlassi della "buona morte", termine non certo inventato da me, come spiego in seguito, ma che non aveva ancora occupato la scienza medica al punto attuale, quando vediamo specialisti e reparti dedicati all'analgesia, alla terapia del dolore, Associazioni e Centri oncologici pubblici e privati che si dedicano principalmente a lenire i dolori dei malati terminali.

Il dottore Forbes aveva ucciso per pietà nel 1914-18, ma ora, ora che conosce i progressi della medicina e della chirurgia, ora non può più farlo.

Dice infatti "condanno l'eutanasia" ed ha ragione. Anch'io condanno l'eutanasia. La condanno non come atto in sé ma come azione permessa dalla legge a un medico, o chi per esso, ai finì di. togliere le sofferenza ad un individuo, togliendogli la vita. Molto di nuovo non c'è da dire sull'argomento perché molto è già stato detto e scritto.

Teologi e scienziati, giuristi e giornalisti, medici e letterati, tutti ormai hanno da anni. trattato questo argomento che torna ora d'attualità per i fatti sempre più frequenti che si vanno svolgendo nel mondo civile. Se dovessi dirvi soltanto cose mie, terminerei già ora con queste parole"

L'eutanasia, spero, rimarrà sempre bandita dalla legge" e basta. Non spiegherei neppure perché io nutra questa speranza, altrimenti cadrei nel plagio, esponendovi col mio il pensiero di tutti coloro che negano l'Eutanasia.

Lasciatemi perciò ordinare un po' ciò che è stato fatto e detto a questo proposito, concedendomi di citare passi e articoli, pensieri e massime, in modo che possiate avere una visione globale del problema. Manchester.

Stato del New Hampshire U.S.A. Dicembre 1949.

Il Dottore Hermann Sanders, uccide la signora Annie Borotto di 59 anni, affetta da cancro del retto con metastasi entero-epatiche, già prossima all'agonia. Il medico giustificò il suo atto dicendo che l'aveva compiuto per pietà verso una donna sofferente pene inaudite e giudicata assolutamente inguaribile.

Da allora i giornali italiani e di tutto il mondo hanno riportato una grande quantità di fatti simili successi un po' dovunque.

La lettura di questi articoli di cronaca mi spaventò e mi fece pensare. Cercando di risolvere mentalmente il problema dell'Eutanasia giunsi a questa conclusione: che mai deve essere legalizzata una cosa simile, perché troppi sarebbero i profittatori, coloro cioè che potrebbero uccidere a scopo di eredità o perché stanchi di avere la vita resa difficile dall'inciampo dell'infermo.

E' proprio così. Tante volte e, ad essere cattivi con l'umanità, forse sempre, esiste un substrato egoistico nell'atto eutanasico. Il dolore è grande per chi soffre, è terribile la vita per l'infermo condannato a morire, ma altrettanto terribile, anzi più terribile perché lui sta bene fisicamente, è per colui che deve dedicare tutto se stesso alla custodia del moribondo troppo tardo a morire, per colui che deve vegliare per notti e notti, deve faticare per ore ed ore, deve sopportare la tremenda visione della sofferenza.

Si giunge ad un punto in cui non se ne può più, e si invoca la morte. Per ora soltanto si invoca la morte del malato, domani, legalizzata l'Eutanasia, si procurerà la morte a chiunque sia in agonia o meglio in crisi, scartando volentieri l'ipotesi di una probabile miracolosa guarigione o che so io.

Mi viene alla mente una freddura un po' macabra, forse poco freddura, comunque in carattere con l'argomento, che ho letto in un numero recente di Calandrino. "Mentre i becchini trasportavano la salma della vecchia signora "X" giù per le scale di un deposito di famiglia, uno di essi scivola da un gradino rotto, la bara ruzzola, si sfascia e la signora "X" che non era morta ma soltanto in catalessi, si sveglia con... grande gioia del marito inconsolabile.

Dieci anni dopo questo episodio, la signora "X" muore di nuovo e quando i becchini stanno per compiere di nuovo l'operazione di deposizione, il vedovo inconsolabile signor "Y" grida: Attenti figlioli che c'è il gradino rotto" Questo grido, questo appello all'attenzione è un po' come l'Eutanasia.

Forse, se la bara fosse ruzzolata di nuovo la signora "X" si sarebbe risvegliata ancora; senz'altro se non scivolava la prima volta la signora "X" sarebbe morta dieci anni prima.

Certo, se avessimo applicato l'Eutanasia al paziente "J" quando era al suo primo periodo di crisi violenta, egli sarebbe morto tanto tempo prima; forse se non avessimo applicato l'Eutanasia ora il paziente "J" vivrebbe ancora.

E' questo il parallelo giusto che mi sembra vada fatto. Eutanasia = buona morte.

Dal primitivo significato di morte tranquilla e naturale, di morte serena ed in grazia di Dio, il termine è passato poi nel linguaggio, attraverso i secoli, a significare la pratica che in taluni paesi (Germania, America, Inghilterra, India) fu proposta per legalizzare la pratica che servirebbe ad alleviare le sofferenze del paziente affrettandone la morte, con mezzi esclusivamente usati dai medici, nei casi di riconosciuta inguaribilità e di sofferenze insopportabili.

Il primo significato va attribuito, ad esempio, alla morte di. Socrate il quale bevve la cicuta con animo sereno, portando la tazza alla bocca con mano ferma e continuando a dettare fino all'ultimo respiro le sensazioni della morte che lo accoglieva. Così anche S. Francesco d'Assisi saluta la "sorella morte" e allegramente "mortem cantando suscepit".

Il grande medico spagnolo Juan Suarez, asserisce coscientemente, nell'istante prima di morire "non credevo che fosse così soave morire".

Il secondo significato va applicato nei casi recenti del dottor Sanders, della signorina Carol Ann Paight, del Connecticut, che uccise il padre affetto da cancro e negli altri casi di recente avvenuti che più o meno noi tutti conosciamo.

Sotto forme diverse l'Eutanasia fu in uso nel mondo pagano antico e forse fu anche sancita e imposta dalle leggi o legittimata dall'uso.

I popoli antichi erano indotti a praticare l'Eutanasia o da ragioni. contingenti quali malattie inguaribili o turbamenti mentali, o da sentimenti di pietà per gli infelici, o da considerazioni di interesse religioso o statale come nei sacrifici umani e nella soppressione dei bimbi deformi.

Anche oggi l'Eutanasia si chiede venga applicata ai neonati deformi o incompleti. Anzi non temo di errare se affermo che molto spesso si lasciano morire bimbi che sono nati incompleti (senza braccia, gambe, senza occhi ecc.) o che sono affetti da malformazioni che non perdonano quali l'idrocefalo congenito, l'anasarca, e altri simili.

A Roma si ebbero casi di Eutanasia approvati volta per volta dal Senato, il quale tra i moltissimi altri motivi ammetteva l'eccesso di felicità: "ognuno che si veda ricolmo di doni e di fortune è autorizzato a morire nel timore che a tale felicità succeda in troppo doloroso contrasto l'infelicità e la miseria.". Queste parole non testuali del Senato Romano sono riportate da "Eutanasia" di A.Boschi, pag.l6.

Ai tempi di Nerone, Petronio l'arbiter elegantiarum, si svena durante un banchetto dicendo: "La vecchiaia e la debolezza sono tristi conseguenze dai nostri ultimi giorni.

Ma si può anche non aspettarli e, prima che giungano, andarsene di buona volontà come faccio io." Ciò detto porse la mano al suo medico che punse la vena del polso e si spense sorridendo e cantando.

Chiunque abbia letto Quo Vadis di Sienkiewicz, conosce questo episodio e queste parole.

Valerio Massimo narra che a Marsiglia si custodiva pubblicamente il "Veleno di Stato" (cicuta) col quale era. concesso uccidersi a chi ne facesse regolare istanza motivata. Presso certi popoli barbari esisteva la malvagia usanza di uccidere i genitori vecchi e malati, i fanciulli disgraziati e i feriti di guerra. Platone invocava una Eutanasia liberatrice dei vecchi. ammalati cronici perché inutili alla società. Anche Bacone nel Novum Organum parla favorevolmente dell'Eutanasia. Tommaso Moro nel suo "De Optimo Reipublicae Statu deque nova insula Utopia" chiede la dolce morte per i sofferenti e per coloro che sono ormai senza alcuna speranza di salvezza. Metterlinck non si pronuncia troppo.

Se da una parte rimprovera ai medici di essere troppo restii a spegnere le atroci sofferenze che precedono il trapasso, da un'altra auspica l'avvento di un'era in cui "... la scienza si ricrederà del proprio errore e non esiterà più ad abbreviare le nostre sofferenze; verrà un giorno in cui essa oserà ed agirà a colpo sicuro; il giorno in cui la vita rinsavita se ne andrà silenziosamente alla sua ora sapendo di aver raggiunto il termine, come si ritira silenziosamente ogni sera sapendo d'aver assolto il suo compito "(da "La Morte" di. Maeterlinck)

Egli non rifugge, è vero, dal pensiero di procurare la morte a chi non può più sopportare la vita, ma gli piace pensare che un giorno la scienza saprà lenire il dolore a tal punto da rendere naturalmente dolce il trapasso, o addirittura spera che l'evoluzione porti ad uno spegnersi della vita umana in un modo dolce e tranquillo1direi quasi sfumato come il trapasso dalla veglia al sonno.

Man mano che ci avviciniamo ai nostri giorni, vediamo che lo scienziato rifugge da]. pensiero di uccidere.

Egli direttamente vede i progressi continui che fa la sua scienza e pensa e spera che questi progressi ininterrottamente si moltiplichino. E' vero, molto spesso ancora il medico deve allontanarsi dal malato e congedarsi dai familiari presso a poco con le parole che usò Murri al termine di una sua visita a Giovanni Pascoli: "Purtroppo io, con tutta la mia scienza, non posso darvi che un po' di bromuro".

Murri parlò di bromuro cioè disse non posso far altro che calmarlo un po', che renderlo meno sensibile al. dolore, "ma non posso salvarlo." Murri non parlò di ucciderlo. E così ogni medico non può parlare di uccidere, ma deve studiare, agire e anche sperare nell'avvenire,ma sperare, come ho detto, attivamente.

Ogni medico porta nel suo bagaglio personale l'esperienza acquisita dal suo lavoro e da quello altrui che, di fronte alla morte, non possiamo mai dire nulla. Nessuno può dire ad un altro: tra un'ora, un mese, un anno tu non ci sarai più.

Nessuno, perché l'organismo umano ha delle possibilità tali che noi immaginiamo solo vagamente e che per ora non possiamo provare. Troppi sono i fattori che sfuggono alle nostre investigazioni cliniche, alle nostre ricerche sperimentali. La ripresa di energia di un Paziente di fronte alla morte è tutto un gioco di forze occulte impossibile a misurarsi.

Su questa ipotesi si basò il Cerletti quando, non molti anni fa, consigliò ed attuò l'applicazione di uno shock elettrico ai malati di mente.

Dopo indagini lunghe e fortunate sui maiali, egli scoprì che questi animali, dietro applicazione di elettricità, sviluppavano dal loro cervello degli agenti che egli chiamò antiagonine, e che rappresentavano l'ultima difesa organica contro la morte. Per spiegarsi bene: l'organismo, viste fallite le sue difese comuni e normali, giunto al punto massimo di sopportazione, sprigiona dei fattori che servono a vincere la malattia.

Questo naturalmente, purtroppo, non sempre. Ora, l'applicazione di Elettroshock, serve, appunto a portare il malato in condizione così prossima alla morte che il suo organismo si sente in dovere di sprigionare queste antiagonine, ultima carta in gioco. La spiegazione non è scientifica, ma è sufficiente. L'esperimento sull'uomo portò a dei buoni risultati ed ora l'Elettroshock è universalmente adoperato.

Vi ho ricordato questo per dimostrarvi la nostra poca sicurezza su quelle che saranno le ultime difese dell'organismo.

E nessuno può negare che avvengano anche durante il decorso di malattie non mentali fatti così strani ed improvvisi da far pensare ad un possibile sprigionarsi di antiagonine anche in questi casi. Purtroppo i casi non sono frequenti, anzi sono molto rari.

Ma dove non arriva la natura può arrivare 1' uomo. Sembra un paradosso, ma ciò che dico è vero. L'uomo può aiutare la natura pur valendosi di mezzi che essa gli ha concesso. Si tratta solo di combinare artificialmente questi mezzi che quotidianamente la natura ci pone sotto mano. Agli inizi del presente secolo ritornarono in voga teorie eutanasistiche. Fra di esse però si levò autorevole ed imperiosa la voce del grande clinico Augusto Murri.

In una sua lezione di clinica medica tenuta all'Università di Bologna nel 1907 egli dice : "Se vi sono persone che aspirano a lenire i patimenti umani con l'abbreviare la vita, noi dobbiamo riprovarli.

Voi sapete che c'è da un pezzo l'idea che un medico dovrebbe favorire la morte di un paziente quando fosse sicuro che essa non si può più evitare.

Noi per ora siamo come il capitano della nave che affonda: finchè la punta di un albero sta sopra al livello dell'acqua ci arrampichiamo fino alla cima e ci avvinghiamo ad essa per tenere alta la bandiera. Possiamo vantarci a ragione di sapere risparmiare ai. fratelli nostri mille dolori: siamo felici di poter trasformare un grido d'angoscia in un sospiro di soddisfazione.

Ma sulla nostra bandiera sta scritta innanzitutto la vita di chi ci si affida. Sia essa meritevole o immeritevole di essere vissuta, ciò che lega noi è il patto, finora infrangibile, di difendere in ogni modo ostinatamente l'essere perché per chi non è più, anche tutto l'universo è nulla. (notare che Murri era materialista).

Fra noi e il malato sta tacito ma sacro il giuramento che fino all'ultimo suo sospiro noi combatteremo per sottrarlo alla morte". Come dicevo, però, molti oggi sostengono l'Eutanasia. Particolarmente costoro si diffondono nell'esposizione di metodi più adatti per ottenere una morte dolce. Si sono istituite "case di Eutanasia" nelle quali i malati disperati si possono ricoverare ben sicuri di essere aiutati nel loro intento.

Questo specialmente in America ed in Inghilterra,dove furono già proposti schemi. di legge in favore dell'Eutanasia.

Tali giuristi, che hanno proposto ed elaborato un sistema di precauzione per evitare gli abusi, sono concordi nel ritenere che l'Eutanasia non possa praticarsi senza il consenso dell'interessato o della "patria potestatis." se egli non è "compus sui" e senza il giudizio di periti medici In Germania fu adottata l'Eutanasia a scopi razziali. In Italia l'Eutanasia non ha incontrato finora troppo favore specialmente nel campo della medicina.

Nella storia di S. Michele, Axel Munthe dice che il grande Pasteur in un caso drammatico di alcuni russi idrofobi ha praticato l'Eutanasia. Siamo giunti così tra pareri discordi, al termine della storia dell'Eutanasia.

Storia narrata in succinto, ma che ci ha dato egualmente il motivo di trarre delle conclusioni. L'Eutanasia nella sua liceità o meno deve essere guardata da un punto di vista etico, religioso, cattolico, scientifico e giuridico. Premetto subito che tutte e tre queste accademie (chiamiamole così) sono contrarie all'E. per motivi ben fondati.

Esistono dottrine filosofiche, giuridiche che propugnano la legittimità di. questa pratica. I fautori di queste teorie, partono in generale da principi e dottrine materialistiche di eugenetica darwiniana secondo cui gli individui deboli ed inutili debbono scomparire in forza della selezione naturale per il miglioramento della specie.

Si giunge perciò al paradosso di procurare, per ora soltanto teoricamente per fortuna, la morte a chiunque sia in condizione fisiomorfologiche tali da non aver più possibilità di essere utilizzato dalla società, ma da essere solo di peso ed angustia per sé, per i congiunti e per gli amici.

È il classico relitto umano vegetante di cui troppo poco si pensa che possiede anche un'anima immortale. Contro di essi ed appunto per questa anima immortale, interviene la Chiesa.

La vita umana è un dono preziosissimo della divinità. Dio ce l'ha data ed Egli solo può toglierla. L'uomo è solo il depositario della nostra vita e se pur può usarne come vuole, secondo il libero arbitrio, non può togliersela perché usurpa così un diritto di Dio.

Questa verità fu conosciuta anche dai filosofi pagani, i quali vi giunsero con il solo lume della ragione quindi senza il lume della Fede.

Pitagora addirittura dice che "senza il comando dell'imperatore, cioè di Dio, non è lecito abbandonare il posto che ci fu assegnato nella vita." (citato da Cicerone nel "De senectute" XX-73). Cicerone stesso scrive questa parole nel Somnium Scipionis "tu o Publio e tutte le persone rette, dovete conservare la vostra vita e non dovete allontanarvi. da essa senza il comando di colui che ve l'ha data, affinché non sembriate sottrarvi all'ufficio umano che Dio vi ha stabilito".

Ma possiamo dimenticare il comando categorico di Dio "Non ammazzare?" Questo comando vale per tutti ed in tutte le occasioni, ma vale specialmente per i medici che sono al servizio della vita umana, non della morte. Ma, dice la Chiesa, non è solo questo il motivo per cui "non licet uccidere" per pietà. Non si deve forse considerare anche l'anima? La sua salvezza? Prendiamo ad esempio un miscredente, un ateo, un agnostico od anche soltanto un fedele di qualche altra religione che non sia la cattolica.

Può darsi che costui in fin di vita si converta, riveda quasi come in un film tutti i suoi peccati, tutto il male che ha fatto, il bene che non ha compiuto (è pensiero della Chiesa sempre) e senta il bisogno di purificarsi. Noi, procurandogli la morte prima del tempo, non può darsi forse che gli impediamo tale ravvedimento? Q

Quindi: condannare l'Eutanasia perché può impedire l'avvicinamento di un altra anima alla verità divina.

La rivista "Medicus" A.l, Vol.I - fasc.III - Luglio-Settembre pubblica un artitolo di Galeazzi Lisi: Problemi sull'Eutanasia, in cui fra l'altro è detto: "Un bisogno improvviso di conversione o di più sentita contrizione può sempre sorgere nel paziente finché c'è un alito di vita. Nelle profondità misteriose di un'anima, anche se il morente abbia invocato da noi la cessazione della vita, possono intessersi, in una sfera che sfugge alla coscienza vigile, motivi che tendono a comporsi appunto in una più solenne contrizione, in una più anelante elevazione di tutto l'essere verso Dio".

Il malato allora, se chiede coscientemente la morte, è colpevole di suicidio di fronte a Dio. Perciò il suo consenso non ha alcun valore in quanto, come ho già detto e ripetuto, egli non può assolutamente disporre della propria vita. Per procedere in questa rassegna del pensiero della Chiesa, bisogna prendere in considerazione anche un possibile intervento miracoloso di Dio, che porti a guarigione l'inguaribile. Ogni credente sa che oltre la scienza umana vi è sempre la Sapienza eterna divina che decide della vita e della morte.

Qui si potrebbe controbattere con la solita domanda: E il libero arbitrio dove va a finire? E la predestinazione allora esiste? Ma non è il caso di discutere su questo in quanto abbiamo solo voluto vedere il pensiero cattolico.

Questo pensiero va anche oltre perché considera la sofferenza come mezzo di espiazione. Non è cosa da dimenticare, questa! La sofferenza di questa vita è il viatico per il premio dell'altra. Ma si parla di sofferenza rassegnata e/non sopportata, si parla di una sofferenza corporale che si tramuta in gioia dell'anima con la sua forza moralizzatrice e santificatrice.

Il Cristiano si conforta al pensiero che Gesù morì crocefisso fra i più atroci dolori ed in punto di morte perdonò ai suoi assassini non prima di aver detto al Padre: "sia fatta la Tua volontà". Secondo gli insegnamenti della morale cattolica, è lecito all'ammalato desiderare la morte come liberazione da un grave male, purché tale desiderio non sia una ribellione al divino volere, né si cerchi alcun mezzo per abbreviare la vita.

La Chiesa ammette ancora la facoltà di usare farmaci anestetici, purché questo sia per "breve tempo, senza pericolo di morte, e per una ragione sufficiente." Addirittura alcuni teologi, quando il paziente sia in grazia di Dio, ammettono la possibilità di insensibilizzarlo, ponendolo in uno stato di coma.

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Daniele Franchini