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Behind the surgeon's mask (dietro la maschera del chirurgo)

James Harpole - Capitolo XXI - Il diritto di uccidere

Lo chiesi a Morrison e a Forbes di ritornare dopo la riunione della Società, non perché desiderassi particolarmente la loro compagnia, ma perché i miei erano fuori di casa; la casa era vuota, era abbastanza presto, e sapevo che mi sarei annoiato essendo rimasto solo.

Vennero speditamente, credo, per questi motivi, ma in parte anche perché ad ambedue piaceva un vino speciale di Madera che io tenevo per gli ospiti di riguardo.
Li feci accomodare nello studio dopo che Nancy ebbe portato il vino ed ebbe ricordato con discrezione di prendere il piccolo poggiapiedi perché Morrison vi potesse porre la sua gamba rigida, ricordo di Gallipoli.
Forbes prese il giornale della sera lasciato sul tavolinetto presso la sua sedia. Io l'avevo letto per caso prima di cena: era aperto su una lunga discussione sull'eutanasia.
Egli lo scorse rapidamente ,poi lo lasciò cadere vicino a sé. Notai il gesto. "Che ne pensi della faccenda?" gli chiesi. "Beh - rispose - la legge in vigore considera criminale chiunque tenti di togliersi la vita e peggio ancora chi gliela tolga dietro richiesta" "Sì - disse Morrison lentamente - questa è la legge.
Ma io penso che ognuno di noi, sia stato tentato di trasgredirla almeno una volta. Per me almeno è così."

Forbes posò il bicchiere sul piccolo tavolo verniciato che aveva vicino. Certamente la domanda gli aveva risvegliato tristi ricordi. I suoi occhi scrutavano nel passato. "Sì - disse - ho fatto una cosa simile una volta, ma non mi preoccupo troppo di pensarvi.

Accadde a Cugny, durante la ritirata della V Armata. Era una bolgia infernale ed io non avevo dormito da ventiquattro ore. Nelle retrovie erano ammassati i feriti; noi cercavamo di portarli via prima dell'arrivo dei tedeschi. Lo trovai su un autocarro fracassato al margine di una strada. Egli non poteva parlare perché la metà inferiore della faccia gli era stata portata via. Aveva conservato gli occhi che mi guardavano come per fermarmi. Tentava di farmi capire qualcosa con un soffio gutturale; finalmente indovinai: "Uccidimi" voleva dire. Era una cosa semplicemente terribile.

Gli somministrai un quarto della dose mortale di morfina ed i suoi occhi mi guardarono con gratitudine. Credette che avessi assecondato il suo desiderio ed io mi sntii l'ipocrita più deprecabile del mondo. Allora continuai a somministrarne per mezz'ora poi me ne andai. La prima dose non aveva agito molto ed io non potevo sopportare il rimprovero di quegli occhi. Ora gliene avevo dato abbastanza."

Forbes tacque e mi guardò con il viso serio. Assentii col capo in segno di comprensione. "Questo accadde venti anni fa, vecchio mio - gli chiesi lentamente - ma lo faresti ora?" "No, penso di no. Allora non conoscevo il meraviglioso lavoro che può compiere la chirurgia plastica.

Allora pensavo che non vi fosse alcuna possibilità di ricostruzione. Mi. ripugnava lasciarlo in agonia. Anche se lo avessi lasciato far prigioniero, i tedeschi non avrebbero potuto di certo far meglio di noi, probabilmente neppure quanto noi. Tuttavia feci così, ma non sono mai stato troppo sicuro di aver fatto bene" "La gente che crede nell'Eutanasia, ti giustificherebbe - ribattei - ma sarei curioso di sapere se la cosa diventerà mai legale" Morrison battè con le nocche sul fondo della sua pipa e si rigirò sulla sedia. "Spero di no. Non mi piace che la legge mi dia il potere di uccidere i miei pazienti se io li considero incurabili.

Si viene così a porre il medico in una posizione orribile, ed io rifuggo da simile responsabilità. Penserei sempre che essi si chiederebbero quando mai andrei a visitarli per l'ultima volta, e vorrebbero sapere se fosse mai possibile una cosa simile. Mi sentirei come uno sospettato dl omicidio, ogni qualvolta andassi a visitarli.

Questo non è ciò che un medico deve sentire." "D'accordo - dissi - la giustificazione unica che io posso addurre per l'Eutanasia è una sofferenza tale che nessuna droga nè intervento chirurgico possa alleviare." "Respingo anche la sola idea di una cosa simile - disse Forbes con impeto - la respingo perché mi ricordo che io non ne ho mai avuto la necessità.

Condanno l'Eutanasia. Compito del medico è salvare la vita, non portarla via " "Sì, anch'io posso essere d'accordo con te, Forbes, dal tuo punto di vista - ribattei - ma considerando il paziente in un dolore veramente insopportabile? Credo che noi medici siamo stati troppo tradizionalisti.

Il nostro comportamento non è molto progredito dall'epoca Vittoriana, quando era bandito dal parto il cloroformio perché si credeva che il dolore fosse il volere di Dio." "La sintomatologia soggettiva del dolore è una cosa molto complicata -disse Morrison - ed io credo che sia perché noi non sappiamo sopportarlo come facevano i nostri padri, che è sorta questa mania dell'Eutanasia. Noi non possiamo più torturare la gente, come si faeeva ne] Medio Evo. Ognuno è molto più sensibile, ora. Posseggo un'incisione in cui è raffigurato il grande barone Larray, chirurgo di Napoleone, mentre opera un corazziere francese.

L'uomo siede su un tamburo, e Làrray gli amputa un braccio in alto all'omero, senza anestetico, pensate. Io credo che il dolore sia sentito molto di più ora che allora" "Forse hai ragione e se le cose stanno così - dissi continuando il mio pensiero - non credi che a maggior ragione noi dobbiamo cercare da prevenirle?

Mi hanno interessato grandemente il francese Leriche e la sua chirurgia del dolore. Noi tutti sappiamo che il dolore è convogliato dai nervi di senso al cervello, e che se si recidono tali nervi il dolore cessa.

È come interrompere una linea telefonica. Ma sappiamo anche che la questione non è tutta qui. Sappiamo che vi sono grandi dolori non connessi con l'area sensitiva di nessun nervo di senso; ed io credo che la supposizione di Leriche che queste sensazioni siano portate al cervello attraverso il simpatico, sia piuttosto vicina al vero. Ho visto alcune di queste simpaticotomie per lenire le sofferenze ed i risultati mi hanno colpito.

Sono veramente ottimi" Morrison assentì, poi si fece silenzio per un attimo. L'orologio sull'attaccapanni scandì le undici e i miei due ospiti si mossero. Morrison si alzò e si stiracchiò ben bene. "Io vado. Debbo operare alle otto e trenta, domattina. È stata una serata interessante, che mi ha dato modo dl pensare un po'."

Lo lasciai partire e mi fermai sulla soglia di casa aspettando che si incamminassero per le strade silenziose: Forbes col suo incedere maestoso, Mòrrison col suo passo pesante un po' incerto. Era una magnifica notte stellata, chiara, translucida, piena di pace. Pensavo a tutte le miserie e dolori umani. che noi vedavamo ogni giorno e mi auguravo con tutta l'anima che un giorno la scienza avrebbe reso questi dolori una reminiscenza del passato.

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Daniele Franchini