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MEDICINA CINESE

di Fabio Astolfi (*)

L'imperatore Shennong aveva giÓ realizzato un sistema per il controllo sui farmaci; prima che questi potessero essere distribuiti al popolo venivano "provati" su di lui.

Fin dalla comparsa sulla terra gli uomini sono stati subito pronti a servirsi di sostanze presenti in natura, utili a curare malattie o ferite, a lenire il dolore e talvolta anche a creare uno stato di euforia e benessere; di questo comportamento ce ne è rimasta testimonianza emblematica, più che in molte altre antichissime civiltà, nella millenaria storia cinese.

Spesso quella cinese è stata messa in relazione con la storia dell’antico Egitto, perché anch’essa antichissima e suddivisa in una lunga serie di dinastie che la tradizione fa risalire quasi a tremila anni prima di Cristo.
Ma si è altrettanto giustamente osservato che, mentre i faraoni avevano "l'hobby" di costruire piramidi, gli imperatori cinesi si dilettavano nel campo della medicina.

Comunque anche in Cina la storia della medicina inizia con miti, leggende e credenze popolari: secondo la tradizione Huangdi, l'Imperatore Giallo, divenuto signore supremo dell’universo, ne occupò il centro, cedendo il Sud a Yandi, l'imperatore Ardente, chiamato anche Imperatore Rosso.
Questo mitico sovrano, che si vuole vissuto intorno aI 2.800 a.C., si dimostrò subito benevolo con gli uomini: insegnò loro la coltivazione dei cinque cereali e per questo ricevette anche l'appellativo di Shennong (l'Agricoltore Divino); era considerato infatti l'inventore dell'agricoltura, ma anche della medicina, a dimostrazione del fatto che, fin da subito, l’arte medica nell'antica società cinese è importante quanto l'agricoltura, e con questa gode di non pochi rapporti.

Il saggio imperatore Shennong amava a tal punto il suo popolo che non permetteva la diffusione di un farmaco se prima non l’avesse sperimentato su se stesso: il suo corpo difatti era trasparente, tanto che subito poteva trovare la parte che nel caso era stata danneggiata dal veleno, così da intervenire con l’erba adatta a neutralizzarlo.

Questa lunga e travagliata esperienza gli permise la compilazione dell’opera Pen Ts'ao Kimg-Mu, traducibile semplicemente come Grande Erbario, in cui sono elencate diverse centinaia di erbe, rimedi e veleni, in teoria tutti brevettati dall'imperatore in persona (sembra inoltre che possedesse una frusta magica con cui riusciva a determinare la natura di ogni pianta).

Arrivò comunque il giorno in cui il veleno ebbe il sopravvento sulle sue conoscenze.

Molti di quegli antichi rimedi sono stati adottati dalla medicina moderna, come l'oppio narcotico, il rabarbaro come tonico digestivo, le radici di melograno e i fiori dell'artemisia contro i vermi, i decotti di funghi per la cura dell’idropisia, ecc.

Ci sono quindi rimaste opere che riportano il nome dei primi imperatori mitologici della Cina, sebbene è discutibile la storicità sia di Huangdi che di Shennong; del primo abbiamo lo Huangdi neijing, traducibile come il Libro dell’interno dell’Imperatore Giallo.

Il testo inizia proprio con una domanda che il sovrano pone a Qi Bo, il medico di corte: "Ho sentito dire che gli uomini dei tempi antichi vivevano fino all'età di cent'anni... Gli uomini di oggi vivono cinquant'anni... Perché la situazione è tanto cambiata?".

La risposta che ne ricevette fu: "Gli uomini dei tempi passati prendevano a modello yin e yang... e ne mantenevano l'equilibrio".

Si fa quindi riferimento all'ordine basato sui due poli opposti detti "yin" e "yang", in questo caso traducibili come "il corpo" e "lo spirito".

La medicina cinese quindi si fondava su questi due principi fondamentali; lo "yang" corrispondeva in senso più ampio all’elemento positivo, attivo, maschile, in relazione con il cielo, la luce, la forza, la durezza, il caldo e l’asciutto; lo "yin", il suo opposto, rappresentava quindi il principio negativo, passivo, femminile, e in questo caso collegabile alla luna, alla terra, all’oscurità e alla debolezza, al freddo e all’umidb.

Dal loro squilibrio avevano origine ogni malattia o disturbo, mentre l’arresto del loro flusso conduceva inevitabilmente alla morte.

Ma anche nella Cina antica, come era d'altronde inevitabile, si faceva comunque uso di talismani, si consultavano gli stregoni (e poi i bonzi o i preti taoisti) e gli stessi spiriti degli antenati, per le richieste più disparate, dall'esito di un parto allo sviluppo di un'emicrania.

Inoltre le dame dell'antica Cina, per non esporsi spogliate agli occhi del medico, che logicamente era solo di sesso maschile, utilizzavano, per mostrare al proprio dottore i punti dolenti, una statuina femminile, che poteva rappresentare talvolta anche un oggetto d’arte e di materiale prezioso (ad esempio in giada).

(*) da Il Giornale della Previdenza, A VI, n°1, 2004
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Daniele Franchini