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Assicuriamo alla Romagna pari dignità e opportunità

di Stefano Servadei

Nei giorni scorsi l'Università degli Studi di Ferrara ha inaugurato il suo nuovo "Polo Tecnologico". Una sorta di "cittadella della scienza" con un costo di 5.800.000 euro messi largamente a disposizione dal "Piano regionale per la ricerca industriale, l'innovazione ed il trasferimento tecnologico", nonché dall'Unione Europea attraverso lo strumento "Obiettivo n.2".
Tale Polo, il quale ha già depositato 37 nuovi brevetti, ha sinora dato vita a 14 piccole imprese destinate a dare impulso al "trasferimento tecnologico" alle aziende del territorio interessato, ciò che determina ricadute certe sulla competitività delle nuove produzioni. E, dunque, sull'economia locale. Nello stesso periodo, a stretto contatto con l'Università di Modena e Reggio Emilia, sta nascendo, con un contributo base della Regione Emilia-Romagna di 800 mila euro, il "Centro unico per la innovazione di Modena", il quale opererà a contatto col nuovo "Distretto tecnologico dell'alta meccanica".
Tale "Centro" ipotizza una dotazione di 40 fra dipendenti e collaboratori, ed un volume di affari, a pieno regime, di tre milioni annui di euro, frutto del proprio impegno nella "ricerca applicata" e nel "trasferimento" della stessa al mondo produttivo locale.
Negli stessi giorni, l'assessore regionale emiliano-romagnolo alle attività produttive, attraverso una apposita conferenza stampa, ha dato notizie dei risultati conseguiti dalla legge regionale n.7 del 2002, finalizzata a sostenere la ricerca e l'innovazione. Nei primi due anni di funzionamento, la stessa ha finanziato complessivamente 529 progetti di ricerca, col coinvolgimento di 557 imprese, favorendo l'assunzione nelle stesse di 900 ricercatori, e realizzando 746 contratti di collaborazione a tre (imprese, atenei, enti di ricerca). Il tutto con un investimento regionale di 92 milioni di euro, il che ha comportato investimenti complessivi per 235 milioni.
Le Province che hanno particolarmente beneficiato dell'intervento regionale risultano Bologna, Modena e Reggio Emilia. Mentre alle aziende romagnole sono, al solito, andati gli spiccioli. Questo sia per vocazione regionale, ma anche perché da noi l'Università di Bologna continua a non svolgere quel ruolo promozionale e di iniziativa che, come sopra indicato, costituisce un compito primario di altre Università, anche di dimensioni enormemente inferiori.
In data 14 luglio, infine, l'Associazione Industriali di Forlì-Cesena ha svolto la sua Assemblea generale annuale, alla presenza sia del Ministro per l'Innovazione che di autorevoli dirigenti confindustriali. I "cahiers de doléances" dell'Associazione sono i soliti, con alcune nuove sottolineature. "Piccolo non è più bello", cresce la Cassa integrazione salariale, cala la produzione, le nostre esportazioni rappresentano appena il 27 per cento della produzione (contro il 33 alla dimensione regionale). Le imprese esportatrici abituali sono appena il 2,50 delle attive. I prodotti di alto contenuto tecnologico esportati sono, alla dimensione forlivese - cesenate, il 4,30 per cento, rispetto al 10 regionale, ecc. E più voci si sono levate per una maggiore e più concreta presenza, alla nostra realtà, della Regione, della Università di Bologna, dei singoli docenti.
Non sono informato, al momento, dei risultati delle analoghe assemblee degli Industriali ravennati e riminesi. Ho, però, buoni motivi per ritenere che il discorso non si allontani troppo da quello forlivese-cesenate. E sia anch'esso lontano anni-luce dalle ricordate esperienze messe in piedi in diversi altri territori emiliano-romagnoli. E ciò mi porta ad alcune considerazioni di fondo. Primo: di fronte all'attivissimo impegno di altre Università, anche di minori dimensioni e mezzi, ai fini della competitività della produzione industriale dei territori di competenza, da noi l'Università di Bologna, malgrado la sua presenza dati da ben 15 anni, e malgrado ciò abbia comportato oneri istituzionali locali di alcune centinaia di miliardi di lire, per gli aspetti "Ricerca, innovazione, trasferimenti tecnologici", è sempre al punto "zero".
Una realtà del tutto inaccettabile che chiama in causa in primo luogo le forze politiche romagnole, gli Enti Locali, le Organizzazioni economiche e sindacali onde cessi la latitanza, ed il loro complesso reverenziale. La Romagna poteva avere da subito la sua Università statale autonoma, secondo la raccomandazione di ben due Ministri al ramo succedutisi nel tempo. Bologna impose il suo nome e la sua presenza forte del prestigio del suo millennio di vita, e della sua assicurazione che in Romagna avrebbe esportato non soltanto didattica, ma anche e soprattutto ricerca ed innovazione. Coi risultati che ci ritroviamo. E coi suoi docenti presenti in loco soltanto compatibilmente con gli orari ferroviari.
Secondo: tramonta da noi la barzelletta del "tutto va ben madama la marchesa" accreditata per anni da parlamentari, pubblici amministratori, esponenti di istituzioni pure delegate allo sviluppo economico, ecc. E, questo, non tanto in riferimento al quadro europeo e nazionale, che è quello che è indipendentemente da noi, ma anche in rapporto a quanto accade in territori vicinissimi. Compreso la Provincia di Ferrara, l'ultima in fatto di reddito medio "pro capite" alla dimensione regionale, la quale sta evidenziando un apprezzabile "scatto" di dignità e di responsabilità, al quale auguriamo un pieno e totale successo. Terzo: come al solito, la Regione Emilia-Romagna, nelle sue iniziative e nei relativi finanziamenti, ci ignora. Certamente aiutata dalla consueta inazione locale e dai tradizionali complessi di "Bologna-dipendenza" che caratterizzano da sempre la nostra classe dirigente.
Per il sopra ricordato "polo ferrarese" spuntano anche ingenti finanziamenti di provenienza europea, come dalle nostre parti non abbiamo mai visto. Certamente perchè non siamo mai riusciti a mettere assieme, di concerto con la Regione, progetti seri e convincenti. In simili condizioni, e coi tempi che bussano alle nostre porte, continua ad essere, anche e soprattutto per il mondo imprenditoriale romagnolo, una sorta di bestemmia ipotizzare la Regione Romagna, secondo le procedure consentiteci dalla Costituzione?
Non si tratterebbe di un forte stimolo alla diretta competizione e responsabilità? A pensare direttamente ai casi nostri rafforzando i rapporti con Roma e Bruxelles, ad entrare nel grande circuito delle esperienze regionali italiane ed europee, e farla finita con la interessata tutela bolognese la quale utilizza la sua rappresentanza per meglio spremerci? À parte la circostanza che l'autonomia romagnola continua ad essere l'unico valido antidoto rispetto ai nostri "campanili" ed alle loro logiche paralizzanti, che finiscono per fare il gioco dei nostri detrattori e concorrenti.
Il tempo stringe ed i nodi stanno giungendo tutti al pettine. Per noi non si tratta soltanto di alzare una dignitosa bandiera di presenza, di assicurarci una pari dignità rispetto ad ogni altra comunità omogenea del Paese, bensì di assicurarci, in questo mondo che chiede continui e cospicui aggiornamenti, un nostro ruolo protagonistico, in grado di esprimere al meglio le nostre molte po¬tenzialità. Non soltanto nel nostro interesse.
Forlì, l8 Luglio 2005
Webmaster
Daniele Franchini