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Perché in Romagna si vive discretamente bene?

di Stefano Servadei

Paolo Gambi, nella "Voce" del 5 luglio scorso si pone e ci pone, una domanda impegnativa: "Di chi è il merito se da noi si vive bene?" E fra le ipotesi che avanza colloca anche quella del Presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani, la quale è, ad un tempo, semplice ed interessata.
"Nel nostro territorio si vive bene perché a condurre da tempo le danze ci siamo noi nelle veste, di volta in volta, di comunisti, pidiessini, diessini". Effettivamente le nostre condizioni di vita sono, mediamente, buone. Dico "mediamente" perché una recente rilevazione del Comune di Forlì ci parla di 3.000 famiglie ivi residenti al disotto della "soglia di povertà". Rapportando il dato alla intera popolazione romagnola le famiglie in tali condizioni diventano 30¬.000. Una cifra che impone anche riflessioni di carattere politico.
Sul merito di tale situazione non ho dubbi di sorta: è della popolazione nel suo insieme e nelle sue varie espressioni lavorative ed imprenditoriali. Il discorso è vecchio nel tempo e può indifferentemente partire dai celti e dalla centuriazione romana, come dalla predicazione di Aurelio Saffi e di Andrea Costa. Giovanni Pascoli, oltre un secolo fa, chiamava i suoi concittadini dell'allora S. Mauro di Romagna: "Uomini dei cento mestieri".
Per lo "spirito imprenditoriale" è sufficiente constatare come si è differenziata la nascita del nostro turismo rispetto, ad esempio, alla Versilia. Là la situazione si è mossa ad opera dei grandi investitori finanziari. Da noi dal corale spirito di sacrificio delle famiglie residenti.
Chi di noi non ha conosciuto, e non conosce, dieci o venti romagnoli i quali, pur nel non molto tempo libero lasciato dalle abituali occupazioni, si sono costruiti, pietra su pietra e settimana su settimana, la loro abitazione? Oppure che utilizzano tale tempo libero non per andare al bar, ma per coltivare con amore un pezzetto di terreno?
Il lavoro, per antica cultura e testimonianza, non è, da noii semplice fonte di reddito ma, anche, "dignità sociale" "didattica familiare e civile" "appagamento di un proprio personale credo", ecc.ecc. Come sarebbe possibile, pure ancora privi di adeguate infrastrutture e di servizi, trovarci, con tali "attori" in condizioni di generalizzata indigenza?
L'amico Gambi nei riferimenti ed interrogativi circa le reali cause del nostro vivere "da cristiani" si ferma al potere locale e regionale. Per quanto mi concerne, mi permetto chiamare in causa anche quello nazionale negli sviluppi che vanno dagli anni '50 agli '80, e nei relativi provvedimenti, che sono personalmente in grado di testimoniare. La domanda è la seguente: "Che effetti ha avuto sulla Romagna mezzadrile la trasformazione, per legge, della mezzadria in conduzione diretta o affittanza?"
E, su maggiore scala, quali gli effetti della generalizzazione del sistema previdenziale anche a favore di categorie di cittadini e di operatori i quali, pure meritevolissimi, non avevano versato, per i decenni precedenti, i corrispondenti contributi? Provvedimenti certamente invocati dal mondo del lavoro anche se, al momento del voto parlamentare, non tutta la sinistra dell'epoca li fece propri. Ferma al comportamento massimalistico del "voto che si esprime soltanto sui propri provvedimenti". Indipendentemente dal merito.
E se non sia vero che la grande realtà vitivinicola, ortofrutticola, ecc. della nostra terra si rafforza e si specializza in quegli anni. Certo: per virtù degli operatori individuali ed uniti in grandi cooperative. Con l'aiuto, però, del Governo e di un Ministro dell'Agricoltura d'assalto come certamente è stato Giovanni Marcora.
Ed è anche in quei tempi, e con quelle maggioranze parlamentari, che tecnici di valore, nel ricordo del ruolo fissato al "cavo napoleonico", progettano ed iniziano il lungo corso del Canale emiliano-romagnolo. Il quale, proprio in questo periodo, sta giungendo al traguardo nel nostro territorio, portando acqua particolarmente per le nostre produzioni agricole di pregio. Sbaglia, dunque, il Presidente Errani ad evocare un ruolo protagonistico suo e della sua parte, che è mancato. E che spesse volte è stato di segno opposto. Il risveglio della Romagna (e certamente anche dell'Emilia), non incomincia dal 1970, anno di nascita del sistema regionalistico italiano. Nascita anch'essa dovuta ad una maggioranza parlamentare alla quale, peraltro, il PCI fu estraneo e contrario.
E non incomincia neppure dal 1921, anno di nascita di tale partito, non certamente con un gesto "unitario" e di rafforzamento popolare nella lotta al pericolo dittatoriale. La grande cooperazione ravennate è molto precedente, ed è opera repubblican-socialista che si impose anche alla considerazio¬ne della classe dirigente nazionale, non certamente per motivi di natura ideologica. Una rivisitazione storica credo faccia bene a tanti, e possa servire anche al Presidente Errani ed alla sua parte, oltreché per un bagno di realtà e di modestia, per rendersi conto che la nostra prospettiva "autonomistica" ha motivazioni non pretestuose, ma solide e nobili.
E per rendersi conto, infine, che le Istituzioni pubbliche, le Regioni in particolare, sono nate non "per far piovere sul bagnato" ma per assicurare ai territori di competenza riequilibrio e sviluppo armonico. Ciò che è complessivamente mancato in questi 35 anni di vita regionale emiliano-romagnola. Basta guardare alle condizioni delle nostre comunicazioni. Che sono la comunicazioni del territorio più intensamente turistico dell'intera Europa. Se poi vogliamo dare uno sguardo a ciò che di importante è stato fatto nel territorio romagnolo, in questi quasi 60 anni di vita repubblicana, sul piano pubblico, considerando anche gli specifici collocamenti partitici, la situazione è la seguente.
L'adeguamento portuale e la grande industrializzazione di Ravenna, oggi in crisi, incentrata in larga misura sul metano, ha la paternità di Mattei, Zaccagnini e Cavalcoli. Oltreché delle forze politiche a quei tempi alla direzione di quella municipalità.
L'Invaso di Ridracoli è nato, come intuizione, progetto, opere preliminari, ecc. ad opera della maggioranza DC-PRI-PSI forlivese degli anni '60. E, fino all'anno 1970, non ha goduto dell'appoggio del PCI. L'Aeroporto militare di Rimini è nato con la durissima opposizione comunista, pure se si sapeva in partenza che avrebbe avuto anche una utilizzazione civile. Quella che ha consentito alla nostra Riviera, di godere a lungo dei forti flussi turistici del centro-nord Europa.
La superstrada E-45, essa pure voluta e finanziata, anche se in tempi lunghi, dai governi in carica negli anni '60-'70, trovò, in una delicatissima fase a metà degli anni '70, l'ostracismo della Regione Emilia-Romagna con la motivazione che la grande infrastruttura non era di sua competenza. Anche se l'allora Ministro dei Lavori Pubblici (Bucalossi del PRI) aveva dimostrato che in situa¬zioni analoghe le Regioni Lombardia, Lazio e Sicilia si erano comportate diversamente. Tale atteggiamento del governo bolognese, peraltro, procrastinò non di poco l'ultimazione dell'opera nella vallata del Savio. Questi i fatti nella loro realtà. Come giusto riferimento sia per il passato che per il futuro. Che auspico più solidale, meno ideologico, più rispettoso di una comunità - la romagnola - la quale merita una classe dirigente più consona ai suoi valori e principi.
Non so se Paolo Gambi convenga sulla mia diagnosi. A difesa della quale, e delle relative motivazioni sono ,comunque, disponibile a ridiscendere in pista.
Forlì, l2 luglio 2005
Webmaster
Daniele Franchini