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Il ricordo del nostro Amico, proprio con la "A" maiuscola, il nostro Amico dott. Giancarlo Sandrini, rimane nelle nostre menti e nei nostri cuori in modo indelebile. Chi non ha voluto bene a Giancarlo? Chi non ha apprezzato la sua umanità, la sua disponibilità, timida, all'amicizia? Chi, poi, non ha apprezzato il suo modo di scrivere, il suo umorismo, la sua cultura?
Ebbene, noi continueremo a pubblicare ed a ripubblicare articoli scritti da Lui, perché le nostre menti si rasserenino, perché il nostro umore si rallegri, in nome di Giancarlo .

LA DICIAMO PROPRIO TUTTA SULLE STRAGI DEL SABATO SERA?

Dott. Giancarlo Sandrini

La trasgressività, per le nostre genti, non è un vizio recente: leggete un po' che cosa scriveva Olindo Guerrini circa un secolo fa:

"Dentar ch'a fossom, donc, Tugnazz e mè,
parchè ui era cun mè nenca Tugnazz,
ui è un cartell stampé, ch'e dis icsé:
"E' proibito di spotare" e a fazz:
"Vui, camareda, spudaressat te?
" E lò, pr'arsposta, mola un saraciazz
ch'ul implaché, int' l' avis, ul implaché,
ch'e pareva una teggia d'pavarazz."

Per la traduzione, i non romagnoli possono ricorrere a qualche amico, magari più bravo di me a mimetizzare certe licenze linguistiche.

Con l'auto imbocco una strada a senso unico: una anziana signora che, in bicicletta, mi viene incontro in senso proibito si spaventa e sbanda costringendomi a frenare, poi, messi i piedi a terra, mi urla una serie di epiteti da far arrossire un negro.

Poco più avanti una giovane coppia appiedata viaggia nel bel mezzo della strada sospingendo il passeggino col pupo. E' inevitabile il confronto con le esperienze turistiche all'estero, coi rischi cui sono esposti in Inghilterra i pedoni che tentano la traversata fuori dalle strisce riservate, sulle quali, per contro, godono dell'immunità più completa, con gli improperi che si becca, in certi paesi nordici, chi distrattamente si avventura sulle piste ciclabili a piedi o con un mezzo diverso dalla bicicletta, coi gestacci di cui gli automobilisti tedeschi gratificano chiunque crei impedimento alla regolarità del traffico.

Mi viene in mente, per contro, il poliziotto che, al Cairo, mi salvò da sicura morte impedendomi di attraversare la strada sulle strisce pedonali che gli automobilisti egiziani, lanciati a folle velocità su auto più o meno sgangherate, ignorano sistematicamente.
Dopo avermi trattenuto per un braccio, il brav'uomo si piazzò in mezzo alla strada. poi, con, la faccia feroce delle grandi occasioni, fermò il traffico e mi fece passare.

Simili personaggi sono impensabili sulle nostre strade: c'è troppo da fare nella caccia alle soste vietate. Un destino beffardo, dalle nostre parti, si accanisce contro quanti, nell'esercizio dell'informazione, sono tentati di indulgere al paradosso e dalla retorica.

In una delle tante crisi economiche che hanno toccato il nostro Paese, un noto mezzo busto televisivo tentò di persuadere gli Italiani a mangiare il baccalà, sorta di salmone dei tempi grami: il Nostro non ricordava quale fonte di barzellette fosse stata l'autarchia ai tempi dell'Uomo della Provvidenza.

Non risulta ne ricavasse molto più della definizione di "quello del baccalà": gli Italiani continuarono a svuotare il mare a suon di grigliate miste.

Al tempo della crisi petrolifera, accanto ad una serie di misure di risibile efficacia, quali la circolazione a targhe alterne ed il divieto di circolazione delle auto nei giorni festivi, qualcuno pensò di coinvolgere nel problema i mezzi di informazione, i cui esponenti erano della stessa pasta dell'uomo del baccalà.
Dal video, dalle colonne del quotidiani fu un coro di esortazioni a riscoprire le città, anzi, a riappropriarsene, approfittando della fermata forzosa delle automobili prepotenti e puzzolenti.
Fuori tutti dunque, a piedi, in bicicletta, in monopattino e, per chi poteva permetterselo, a cavallo o in calesse.

Vuoi mettere la puzza dei gas di scarico con quella ecologica delle polpette? La pacchia durò poco: come d'incanto, l'imminente esaurimento dei giacimenti petroliferi non fece più notizia, la gloriosa Cinquecento, fermata ogni domenica perché anche i suoi consumi erano insopportabili, divenne ben presto un reperto archeologico, sostituita da macchine più grandi, più potenti, più accessoriate.

Trentadue milioni di automezzi circolano oggi sulle nostre strade, nelle viuzze prive di marciapiedi dei nostri centri storici, tra ciclisti indisciplinati e malfermi sulle due ruote, motociclisti impegnati in gimkane frenetiche e pedoni frastornati.

Per non parlare delle cosiddette isole pedonali, invase da troppi furgoni di fornitori, da troppi permessi speciali, da troppi invalidi alla guida di auto di grossa cilindrata. La contesa per un parcheggio ormai può portare, come D'Artagnan, dietro il convento dei Carmelitani scalzi.

Un bel casino all'italiana, completato da una giustizia paralizzata ed incline a dar torto al possessore del mezzo più potente (tanto è assicurato) e da assicuratori interessatissimi, soprattutto, a non pagare dazio.

E' inevitabile lo smarrimento e la costernazione quando, sulle cantonate, compaiono gli annunci funebri di ragazzi che, a vent'anni, hanno chiuso con la vita, vittime della velocità, dell'esaltazione, dell'imprudenza.

La stragrande maggioranza delle 6500 morti che annualmente insanguinano le strade italiane vede come causa primaria il fattore umano, l'imprudenza, l'azzardo, l'incoscienza. Una sorta di western in cui ci si spara addosso esclusivamente per vedere chi è più svelto ad estrarre la pistola. 0 per conquistare i favori della bellona disponibile a farsi sedurre dal macho.

Proprio in questi giorni mi è stato narrato il caso dei genitori di un giovane, schiantatosi con la moto lanciata a forte velocità, che hanno negato il consenso all'espianto degli organi, perché, non sono riusciti a capacitarsi che il loro ragazzo, così bello, così forte, così spavaldo, abbia potuto trasformarsi in pochi attimi in un mucchietto di organi da trapiantare.

Tanto più appagante accusare i medici di non aver voluto mettere in opera tutto il possibile per salvare una vita. Accanto a questi feretri assurdi si continua a discutere di precedenze non rispettate, di manovre non fatte o mai fatte, di inetti alla guida, di chi ha dato la patente a certa gente.

Di curare la sindrome del sabato sera (ormai anticipata, per altro, al venerdì) con qualche rimedio che non sia aria fritta non se ne parla neppure.

Alla vendita degli alcoolici non esiste alcun limite di età, né, di quantità, né, di tempo; l'etilometro, meglio conosciuto come palloncino, usato da quasi tutte le polizie di questo mondo, è praticamente sconosciuto alle nostre forze dell'ordine. Anche venisse adottato, troveremmo qualche giurisprudente disposto a cavillarci sopra. Il tasso di alcoolemia, da effettuarsi presso il più vicino ospedale, col consenso dell'interessato è impensabile possa costituire un controllo di routine.

Sappiamo tutti come è andata con le proposte di imporre l'orario di chiusura delle discoteche o di calmierare l'uragano dei decibel Non a caso, i nostri giovanotti, quando si siedono al volante, ancor prima di avviare il motore, accendono a tutto volume lo stereo di bordo, divenuto ormai un accessorio irrinunciabile.

Una strombazzata imperiosa mi richiama alla realtà quotidiana. Una grossa B.M.W. passa a pochi centimetri dai miei piedi sulle strisce pedonali. Dal finestrino aperto esce un rock assordante. Mi sto chiedendo che cosa possa udire il giovane alla guida dal telefonino incollato all'orecchio, quando la biondina che gli siede accanto mi mostra il dito medio esteso verso l'alto sul pugno chiuso.

Il babbione è servito.

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Daniele Franchini