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LA LEGGENDA DI SAN CASSIANO (Imola Ŕ romagnola)

di Rino Savini

FAENZA E...IMOLA

Quando nei secoli XI e XII la sede del potere militare divenne il castello, negli abitati di Forum Cornelii e di San Cassiano si provvide a costruire la Rocca.
San Cassiano sorgeva a ponente della Forum Cornelii, o meglio Imola: se non che, nella cattedrale di San Cassiano, erano custodite le reliquie di detto martire e quelle dei Santi Crisologo e Donato.
Gli imolesi volevano che queste preziose testimonianze di fede fossero trasferite nella loro città e tentarono di averle con la forza. Nel 1132 si allearono coi Faentini e distrussero il castello di San Cassiano, trafugarono le reliquie di San Crisologo e di San Donato, ma non quelle di San Cassiano che erano ben nascoste.
Per mettere fine alle lotte, il vescovo Enrico, di San Cassiano, accettò di venire ad abitare ad Imola e, nel 1217, le preziose reliquie del santo furono portate nella nuova cattedrale.

La leggenda di San Cassiano.
Si trattava di un maestro che aveva accettato la nuova dottrina cristiana. Per essersi rifiutato di sacrificare agli idoli subì il martirio, secondo alcuni sotto l'imperatore Valeriano (253-259), secondo altri sotto Massimiano (413-414).
Il governatore l'avrebbe lasciato morire per opera dei suoi scolari che lo trafissero a colpi di stili, l'oggetto adoperato per scrivere sulle tavolette cerate. Sembra che gli scolari eseguissero con piacere questa esecuzione per vendicarsi delle bacchettate che avevano ricevuto dal maestro.

Le lotte
Ma ora Imola era desiderata dai Faentini e dai Bolognesi. Per difendersi quelli di Forum Cornelii chiesero aiuto a Ravenna.
Uno scontro duro avvenne nel 1138 fra Imola e Castelbolognese. Molti i morti e i feriti da ambo le parti, si che il campo di battaglia fu chiamato Campo dolente ed il ruscello che vi scorreva Rio Sanguinario. Gli imolesi, che si erano appoggiati a Ravenna, non intendevano pagare tributi a Faenza e a Bologna. Per dimostrare questo, distrussero i castelli di Imola e San Cassiano, che i faentini avevano ricostruito e tenevano. Occuparono il primo ed uccisero parecchi cittadini di Faenza (1150), agli altri vennero strappati gli occhi.
Non si fece attendere molto la rappresaglia, Faentini e Bolognesi uniti, tre anni dopo, sconfissero Imola e l'assoggettarono a più duro dominio e a molti fu tagliata la testa.
Nonostante le ripetute sollevazioni per liberarsi da questo giogo, Imola vi riuscì soltanto nel 1220, cioè alla venuta di Federico II. Egli nominò Ugolino di Giuliano da Parma, conte e rettore della Romagna ed intimò a Faenza e a Bologna la liberazione di Imola e del suo contado. Tale condizione durò appena due anni, allorché, dopo un lungo assedio, le truppe delle due città odiate costrinsero gli Imolesi ad arrendersi. Naturalmente, le condizioni furono ancora più dure.
L'arrivo in Italia dell'imperatore Federico II, però, aveva fatto schierare i cittadini, che miravano al potere, in due fazioni: quelli che parteggiavano per l'Imperatore, chiamati ghibellini e quelli favoravoli al potere temporale del Papa, nominati guelfi. A Faenza, alla testa dei ghibellini vi erano gli Accarisi, mentre i guelfi erano cappeggiati dai Manfredi.
Ad Imola, i ghibellini erano guidati dai Vaini e dai Codronchi, mentre i guelfi avevano per capo i Sassatelli.
Le fazioni non si scontrarono soltanto all'interno, ma cercarono alleati anche nelle altre città. Nel tentativo di portare la pace si nominò un podestà, quasi sempre straniero ed un capitano del popolo. Speranza vana, perché i fuoriusciti, indipendentemente dai colori di parte si allearono, formarono degli eserciti a capo dei quali chiamarono uomini che avessero dimostrato valore.
Fra questi condottieri fa spicco Maghinardo Pagani da Susinana, già podestà di Faenza. Questi con l'aiuto di Sperandio Dondideo e di Montanari, d'accordo con Nordiglio, conquistò la Rocca di Imola e Selvaggio Alidosi lo fece proclamare Podestà (1295).
Ha ragione quindi il poeta Dante, quando nella sua opera (Inferno C.XXVII,vs 49-51) indica Maghinardo così: "le città di Lamone e di Santerno/ Conduce il leoncel dal nido bianco/ Che muta parte dall'estate al verno"
Gli Imolesi, vistisi tradire da Ubaldo Nordiglio, imposero alla moglie di questi, Camilla Princisvalli, di uccidere il marito.
La brava sposa indusse il consorte a fuggire, ma la sorte non fu benigna con Nordiglio. Nel 1334, tentò di organizzare un complotto per consegnare al marchese di Ferrara la città di Imola; la congiura fu sventata e Nordiglio fu decapitato.
Il 19 Agosto 1302, morì anche Maghinardo Pagani nel suo castello di Benclaro in Val D'amone. Non per questo cessarono le lotte fra i sostenitori dell'imperatore e quelli del Papa.
Nel 1312, scese in Italia Enrico VII. Si ritornò alla lotta fra le fazioni. A Faenza capo dei guelfi era Francesco Manfredi, nominato capitano del popolo della città di Faenza, (1313) da re Roberto di Napoli, per l'aiuto dato al conte di Romagna. Ma come s'è detto, i patti ed i giuramenti a quell'epoca non avevano molta durata e cadevano a seconda degli interessi.

Imola signoria dei Manfredi
Così Francesco, che doveva sostenere gli interessi della Chiesa, approffittando del malcontento degli Imolesi in causa delle concussioni del ministro regio e del patrizio Gilberto dei Santilli, si impossessò di Imola sottraendola al Papa.
Francesco fece sì che nel 1322 venisse eletto Podestà e Capitano di Imola, suo figlio Riccardo. Ma seguendo la prassi, Riccardo vendette al Papa la città. Gli Imolesi si ribellarono, ma dovettero cedere alla preponderanza delle armi; subire un duro sacceggio e piegarsi al giogo ecclesiastico.

Vicariato degli Alidosi
Grandi furono le tribolazioni che la popolazione subì da parte delle truppe guidate dal cardinale Bertrando del Poggetto, inviato dal Papa per abbassare la testa ai signorotti romagnoli (1327).
Dopo un breve ritorno di un anno di Riccardo Manfredi (1335), papa Benedetto XII, stabilì un vicariato ed investì della carica Lippo Alidosi e i suoi discendenti; fatta eccezione di un tentativo di conquista avvenuto nel 1351 da Giovanni Manfredi, figlio di Riccardo, il quale fu respinto da Roberto Alidosi, nella città del Santerno regnò la pace.

Ritorno dei Manfredi
Pace che ebbe termine nel 1424, allorché il duca di Milano, Filippo Maria Visconti, occupò Imola, fece prigioniero Ludovico Alidosi e suo figlio Bertrando.
Poiché Guidantonio Manfredi era agli ordini del Visconti, questi, in compenso gli diedero la signoria di Imola e del suo territorio (1439).
Alla morte di Guidantonio gli successe il fratello Astorgio II. Egli tenne per sè Faenza e diede Imola al nipote Taddeo, figlio di Guidantonio. Taddeo insoddisfatto, perché pretendeva di ereditare il potere delle due città, iniziò una lotta su tutti i fronti contro lo zio. Per acquettare le acque si intromise il duca di Milano, Francesco Sforza. Taddeo, mostrando scarsa esperienza e poca astuzia si fidò del Duca. Questi tentò un compromesso: Taddeo avrebbe rinunziato alla signorìa di Imola, ricevendo in compenso quella di Tortona.
Ma Taddeo preferì entrare in lotta contro lo zio. Nel 1467, lo troviamo fra i combattenti contro i Colleoni, mentre aveva lasciato in Imola un presidio comandato da Francesco Sassatelli.
Alla morte di Astorgio II (1468), si mise in contrasto con Pino Ordelaffi di Forlì, vedovo di Barbara Manfredi, per la successione a Faenza. Il signore di Imola si rivolse ancora, per avere appoggio, al duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, succeduto al padre Francesco.
Taddeo diventò uno strumento docile nelle mani del furbo e spietato Duca.
Costui, come il padre, volle servirsi di Imola per sorvegliare le cose di Romagna. Combinò il matrimonio fra la propria sorella Fiordalisa, figlia naturale di Francesco Sforza con Guidaccio, figlio di Taddeo e convinse Taddeo a dare a Pino Ordelaffi la propria figlia Zaffira. Matrimonio che accuì la discordia fra le famiglie di Faenza a di Imola.
A dare maggior forza a Taddeo, contro i Manfredi, subentrarono i Viarani, una famiglia faentina fuoriuscita, venuta ad abitare ad Imola, per aver tenuta viva la discordia tra Astorgio II e suo figlio Carlo. A capo della famiglia Viarani vi era Andrea, che fu assunto come segretario da Taddeo. Andrea coi suoi fratelli non tardò ad avere una grande influenza sul debole principe e ad intendersi col Duca di Milano.
Fra questi intrighi va segnalata la congiura contro Borso di Modena, figlio bastardo di Nicolò III d'Este.
Alla congiura prese parte anche Gian Lodovico Pio Carpi, fratello maggiore di Marsabiglia, moglie di Taddeo, anche lui compromesso e, naturalmente, i Viarani.
I congiurati vennero arrestati. Taddeo ricorse ancora al Duca di Milano. Galeazzo salvò Taddeo, ma non Lodovico e Andrea Viarani che furono decapitati sulla piazza di Ferrara (1470).
Mentre Taddeo faceva le sue rimostranze al Duca, questi si avvicinava di più ai Manfredi. Si aggiunga, poi che era scoppiata la discordia anche fra Taddeo e la moglie Marsabilia, in seguito all'innamoramento del marito con un'altra donna.
Taddeo aveva promesso all'amante che l'avrebbe sposata quando fosse rimasto vedovo. Venuta a conoscenza di ciò, Marsabilia si trasferì presso la figlia a Forlì. Questo fu un ulteriore motivo per dividere i cittadini: quelli favorevoli a Marsabilia e quelli che volevano alla guida della città Guidaccio.
Non manc˛ l'intervento del Duca di Milano che ad arte fece spargere la voce che Taddeo voleva vendere Imola ai Veneziani. Ne derivò una sommossa che costrinse Taddeo a rifugiarsi nella Rocca. Dopo lunghe trattative, con l'intervento sempre di Galeazzo, si raggiunse il compromesso a seguito del quale Taddeo avrebbe avuto la signoria di Bosco e Guidaccio quella di Imola.

Signoria di Riario
Taddeo segretamente vendette la città al papa Sisto IV per quaranta mila fiorini d'oro. Il Pontefice, da quel grande nepotisita che era, la donò al nipote Gerolamo Riario. Galeazzo indignato non mantenne il patto con Taddeo, il quale non ebbe mai la signoría di Tortona, né tantomeno quella di Bosco di Alessandria.
Nel 1485, Taddeo tentò di riprendere Imola ed ideò un piano contro il Riario. Il piano prevedeva l'occupazione della Rocca e l'uccisione di coloro che la custodivano. Per questo egli assoldò tredici Imolesi, non di grande nome e genio, quindi non idonei per portare a termine l'impresa. Infatti furono scoperti e decapitati.
Con la cessione al Papa della città di Imola, da parte di Taddeo, ha fine la signoría dei Manfredi su quella città (1477). Ma Galeazzo non si arrese. Per non perdere i contatti con la città del Santerno diede per sposa al Riario sua figlia illegittima Caterina Sforza.

Caterina Sforza
Con l'assassinio di Girolamo Riario (1488) le redini dei potere passarono nelle mani di Caterina, che con coraggio e scaltrezza politica cercò di svincolare la città dalla oppressione del Papa. Era la medesima intenzione che avevano i Signori delle città Romagnole.

Cesare Borgia
Ma Alessandro VI inviò suo figlio Cesare Borgia, detto il Valentino, alla testa di un fortissimo esercito, per domare i ribelli.
Il 9 Dicembre 1499, il Valentino, dopo aver vinto la tenue resistenza fatta da Ottaviano Riario, entrò in Imola e prese alloggio nel Palazzo Sersanti. Fu durante una festa da ballo, che lui aveva organizzato in onore dei suoi condottieri riuniti per l'impresa di Faenza, che avvenne l'assassinio del nobile cavaliere Guidarello Guidarelli, per mano di colui che aveva ricevuto in prestito una ricca veste e che non intendeva restituirla al legittimo proprietario.

Dominio papale
Imola cadde quindi sotto lo Stato della Chiesa e vi resterà sino all'arrivo di Francesi.

I Francesi
L'11 gennaio 1796, il generale Augerau, inviato da Napoleone, occupò Imola, poi Faenza. Dopo aver portato via soldi e armi, le due città ritornarono in mano ai papalini: I francesi ritornarono poi, l'anno successivo, quando il 2 febbraio si scontrarono sul Ponte S.Procolo, con le truppe del colonnello Ancajani.
La resistenza fu a dir poco ridicola, se non ci fossero stati, nonostante tutto, morti e feriti. I soldati pontifici, male addestrati e con scarso spirito combattivo, erano seguiti da una polplazione armata di attrezzi agricoli: vanghe, forcali, falci, pertiche, incitata da preti e frati che agitando la croce e le sacre immagini promettevano l'aiuto divino.
Non servì per fermare l'esercito francese. L'Ancajani se ne fuggì col suo stato maggiore. Napoleone ebbe via libera sino a Tolentino, dove sconfisse l'esercito papale e costrinse Pio VI ad accettare le condizioni che il vincitore imponeva, compresa la cessione del territorio delle Legazioni, che avevano per capitali: Bologna, Ferrara, Ravenna, Forlì: queste ultime due formavano la Romagna.

Dipartimento del Lamone
Napoleone, il 14 brumale (4 Novembre 1797), dispose la divisione amministrativa della romagna in due Dipartimenti: quello del Rubicone con sede a Rimini, quello de Lamone con sede a Faenza. Questo comprendeva il territorio avente per confine il Ronco e il Sillaro, lo spartiacque Appenninico e il mare Adriatico. Quindi anche Imola.
Nei dipartimenti venne applicata la legge della Costituzione francese. Presidente del Tribunale criminale in Faenza e l'accusatore pubblico furono due imolesi, rispettivamente Carlo Mazzolani e Pietro Faella.

La restaurazione
Fu il Papa Pio VII (Barnaba Chiaromonti) di Cesena, che ritornato al potere cedette alcuni territorti romagnoli, fra i quali Imola, a Bologna e a Ferrara (1815).
Ma Imola è Romagnola e fa parte delle sette città di questa terra che sono chiamate sorelle: Imola, Faenza, Forlì, Cesena, Rimini, Ravenna e Lugo.

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