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"Sega vecia" in Romagna (e altrove)

LA SEGAVECCHIA
NELLA TRADIZIONE E NELLA STORIA

di UMBERTO FOSCHI

La Segavecchia è certo la festa tradizionale più antica che tuttora si celebri in Romagna. una festa che ha una lunga testimonianza letteraria e che un tempo aveva una ben più vasta diffusione.
Ce ne parlano scrittori come Fra Salimbene da Parma, Michelangelo Buonarroti il Giovane, Melchiorre Missirini, Marino Moretti, demologhi come Giuseppe Pitrè, Girolamo Gigli, Nino Massaroli... (1).
Carlo Piancastelli, nel suo Saggio di una bibliografia delle tradizioni popolari di Romagna, pubblicato nel 1933, enumera una serie di foglietti d’invito alla Segavecchia di Forlimpopoli di cui il più antico risale al 1737 ed il dott. Pietro Reggiani possedeva un disegno di Carlo Cignani (1628-1717), cioè un’impressione colta dal vero: la vecchia, piena di frutta secca viene segata da due popolani in mezzo alla piazza alla presenza di migliaia di spettatori che attendono gaudenti l’uscita «di cuciarùl, dla carabula, dagli avulèni, di figh sech, dal còcal» (2).
Le feste popolari, come si sa, cessano quando cessano le ragioni per cui sono sorte e così la festa che attualmente si celebra solo a Forlimpopoli e a Cotignola, un tempo si celebrava anche in Lombardia (3.), nel Veneto (4), nel Friuli (5), in Toscana (6), nelle Marche (7), nel Lazio (8), nell’Umbria (9), in tutta l’Emilia e, particolarmente, a Bologna (IO), Modena, Reggio, Carpi (11). Per la Romagna si ricorda anche la Segavecchia di Imola (12), di Bagnara, di Casola Valsenio, la vecchia di Ravenna che veniva esposta in Piazza Maggiore fra aranci e fichi secchi(13).
Ma tale festa non ha solo tradizioni italiane, si ha testimonianza, infatti, che essa, sia pure in modi diversi, veniva celebrata in vasta parte dei territori già dell’antico Impero Romano ed oltre e, particolarmente, nella Germania meridionale, in Austria, in molti paesi del nord d’Europa fra cui la Polonia, la Boemia, la Slesia, la Germania centrale ed orientale dove, a mezza quaresima, un fantoccio veniva gettato in un corso d’acqua (14). In Ispagna, in Portogallo, in Francia, il fantoccio, invece, era come da noi, segato (15).
Ed ecco come si svolgeva, e, più o meno si svolge tuttora, la festa: il fantoccio della «Vecchia», costruito in vario modo e in alcuni luoghi gigantesco, tutto adorno di salcicciotti, di ciambelle, di confetti, di collane di frutti secchi, veniva collocato sopra il classico plaustro, trainato da due o tre paia di candidi bovi, i migliori della nostra razza.
Precedevano, fiancheggiavano, seguivano il carro della «Vecchia» cortei di maschere od altri carri infioccati e bardati, donde giovani animosi o fanciulle molto lieti si abbandonavano all’indiavolato tiro di confetti, di aranci e di altro, così da dar luogo ad una vera battaglia fra i gruppi mascherati e gli spettatori che gremivano ogni balcone ed ogni punto strategico, per cui il corteo camevalesco doveva passare. Si ricordano anche scene dolorose, perché non era punto giulivo ricevere nel naso o in un occhio un arancio, lanciato a tutta forza. Ma nessuno ci badava. L’allegria, il baccano, il fracasso, il tumulto, con una crescente voglia di agitarsi sempre di più, sommergeva tutto.
Ed ecco il fantoccio della «Vecchia», arrivava, dopo il lungo e combattutissirno giro in mezzo alla piazza principale. Qui sostava. Dopo cerimonie burlesche, si avanzavano i cosiddetti «segatori». In alcuni comuni si pagava una tassa speciale per aver questo diritto, come una tassa speciale di pedaggio pagavano, per esempio a Forlimpopoli, tutti i forestieri per essere ammessi alla cerimonia carnevalesca. I «segatori» saliti sul carro, fra l’urlio della folla ed i plausi di un nugolo di monelli aspettanti, incominciavano con una sega da falegname a squartare nel mezzo la «Vecchia». Il gran corpo del fantoccio era ricolmo di frutti, di confetti e persino di monete; i quali, man mano che lo squarcio del corpo aumentava, si spandevano per la piazza, dando luogo — come ognuno può immaginare colla sua fantasia — alla più arruffata e rumorosa e litigiosa gara dei ragazzi, per conquistare la maggior parte di ciò che dal fantoccio cadeva... (16).
Intorno all’origine della festa si è favoleggiato ampiamente. Michelangelo Buonarroti racconta la leggenda di una giovane che venne a trovarsi gravida nel tempo della quaresima e le nacque gran voglia di un salsicciotto bolognese e, procacciatoselo, tutto intero, crudo, crudo, se lo trangugiò. Fu scoperta dalla Mozzalingua, la maggiore delle fate, la quale, in breve processatala, la condannò ad essere segata viva, cosa che venne eseguita senza misericordia, sempre secondo la leggenda, a mezza quaresima. E da quel tempo il giovedì di mezza quaresima è stato sempre in qualche modo rammemorato. Dalla Toscana la tradizione si sarebbe poi estesa anche in Romagna (17).
La Segavecchia di Cotignola si basa su di un’altra leggenda. Si dice, infatti, che la tradizione risalga ai tempi di Francesco I Sforza, duca di Milano e signore di Cotignola, Cunio e Barbiano. Pare che i notabili cotignolesi, recatisi a Milano per pagare il tributo a lui dovuto ogni anno dalla Comunità, gli raccontassero di avere, alcuni giorni prima, bruciato, sulla pubblica piazza, una terribile strega che manipolava orridi malifici non solo ai danni della città, ma anche dello stesso Duca. Questi, felicissimo, per lo scampato pericolo, restituito come ricompensa ai bravi cotignolesi, il tributo, avrebbe ordinato che con quel denaro ogni anno essi ricordassero il rogo della vecchia, facendone la rievocazione e distribuendo al popolo i ducati del censo a lui dovuto.
Così sarebbe nata la Segavecchia di Cotignola: un fantoccio di stracci e paglia, in sembianza di vecchia, che veniva bruciato sulla pubblica piazza dopo essere stato segato ed i carboni semispenti del rogo venivano gettati, insieme ai ducati, prima racchiusi nel suo ventre, alla folla che chiassosa si accalcava per il desiderio di carpirne qualcuno.

Un tempo i bambini di Cotignola cantavano:
E’ Doca e staseva fura dla zité
quand e vieva fè al s-ciupté;
al s-ciupté u li fasé,
sol Cudgnola ul vuss lassé,
mo u j lassé che is divartèss
e la vecia che i fasèss...,

E la vigilia o il giorno stesso della Segavecchia:

Su, su, donn, chi vuoi vinìr
a vidèr sigàr la vecia,
chi la sega con un sgon,
l’è la vecia d’ Baiucòn!
Viva la vecia, viva la vecia!
Viva la vecia ‘d Cutignola!

Oppure concludevano:

Chi la sega con un fil
l’è la vecia d’San Michìl
(18).

Nel Friuli, fino alla metà del secolo scorso, si bruciava, il giovedì di mezza quaresima, un fantoccio rappresentante una vecchia, consuetudine ancor viva sulla destra del Tagliamento e particolarmente a Pordenone (19). Fra Salimbene narra che nel carnevale del 1287 i Reggini non si diedero ad alcuno spasso; in quaresima poi, invece di applicarsi ad opere di pietà, presero abiti femminili che indossarono per far gazzarra e tale usanza si ripeté anche negli anni successivi col nome di «divertimento delle vecchie» e si teneva proprio il giovedì di mezza quaresima facendo correre nella città molti forestieri del contado e delle città vicine.
A Carpi usavano esporre per mezza quaresima un fantoccio di vecchia da qualche finestra; lo stesso si faceva a Modena dove deve essere stata in uso anche la cerimonia della segavecchia se c’è rimasta la seguente filastrocca:

Bruse la vecie,
seghe la vecie,
a le bele pute
no, no:
a le brute vecie
farem un falò
(20).

A Mantova è ancora in uso il proverbio:

Quaresma sgada
meza terminada.

So di un’antica stampa popolare ove era figurata una scala dei giorni quaresimali con una vecchia inforcata nelle grucce e mobile di gradino in gradino; nel mezzo della scala era un pianerottolo sul quale stava scritto:

«Se qui giungerai - segata sarai ».

Scrive Giovanni Boemo: «Nel mezzo di quaresima quando la chiesa c’invita a far festa, nella patria mia i giovani fanno di strame e di paglia la immagine della Morte, e poi appiccatala ad una pertica, la portano gridando per i borghi vicini e da alcuni se gli fa carezze e se gli donano piselli, pere secche e latte; si trattava di una specie di idolo della morte quello stesso che in Polonia si atterrava a mezza quaresima» (21). Una festa o un rito che aveva, dunque, una larga diffusione.
Molti hanno supposto che la Segavecchia sia legata ai roghi medioevali delle streghe, ma bisogna andar a cercare, secondo me, più lontano. Non direi però, come vorrebbe qualcuno fino alla dea Mean degli Etruschi, benefico lemure del lare domestico (22). Con maggior probabilità la festa si riallaccia ad un antico rito proprio camevalesco alle cui personificazioni, la quaresima, controfigura femminile del carnevale, del quale è anche moglie, è strettamente legata. Per questo rito il Re di Carnevale, sotto forma di un grande pupazzo era alla fine, pubblicamente bruciato (23). Ora, poiché c’è una continuità indubitabile fra gli antichi Saturnali ed il carnevale è evidente che nel rogo del pupazzo è da vedere l’influenza dei riti agrari pagani rivolti alla purificazione dei mali accumulatisi durante l’inverno e, nel contempo, alla propiziazione per la fecondità della terra e la conseguente abbondanza nel nuovo ciclo agrario dell’anno appena agli inizi.
La vecchia di Forlimpopoli, con le sue collane di fichi ed il ventre pieno di arance, castagne secche, carrube, noccioline ed altri saporosi frutti della terra, è un simbolo evidente dell’abbondanza rurale che si riallaccia al mito italico di Saturno e della moglie Opi. E il fuoco del rogo era l’elemento vivo della purificazione. Basti pensare all’omnia purgat edax ignis di Ovidio nei Fasti per le feste dell‘alma Pale ed ai falò degli ultimi giorni di febbraio e dei primi tre di marzo che davano inizio al nuovo ciclo agrario e concludevano il periodo invernale. Il fatto che l’originale rogo si accompagni (come già a Cotignola), o sia sostituito, dal supplizio della sega, è dovuto all’usanza medioevale di aggravare un giudizio di Dio col segamento del corpo a mezzo (24). Anche negli «atti di fé» si usava spesso il supplizio della sega.
Ma perché i tripudi carnevaleschi che in origine si facevano alla fine di carnevale, finirono per essere spostati al giovedì di mezza quaresima? Il giovedì dopo la terza domenica di quaresima è il ventesimo giorno dei quaranta di digiuno che si praticava dalla chiesa; la quarta domenica di quaresima è chiamata «domenica laetare» dalla prima parola dell’«introito» della Messa. E sembra che la chiesa anche nel resto dell’ufficio di quello stesso giorno abbia voluto accogliere nella Scrittura i tratti più opportuni per risvegliare nei suoi figli una gioia spirituale. Una specie di festa per coloro che hanno trascorso la metà della serie dei digiuni e delle penitenze quaresimali. La festa venne estesa anche a tripudi esteriori che sono rimessi al giovedì di mezza quaresima, fra cui quello di segare una vecchia, in origine immagine del Re di Carnevale, ma che potrebbe raffigurare, secondo il Bailiet la stessa quaresima (25,).
Una festa pagana, dunque, che la chiesa ha accettato e fatto sua magari anche obtorto collo. Una festa, dunque, che un tempo era molto diffusa e che oggi vive appena in Romagna, la regione che più di ogni altra, conserva tuttora l’impronta della romanità.

Bibliografia:

(1) SALIMBENE DE ADAM, Chronica, (Scrittori d’Italia, n. 188), II, Bari l942,p. 347; Opere varie di M. A. Buonarotti il Giovane, raccolte da Pietro Fanfani, Firenze 1863, pp. 554-56, Cicalata I; cf. A. L. CASTELLAN, Lèttres sur l’Italie, III, Paris 1819, pp. 134-48: lett. LVIII, che riassume la stessa leggenda; M. MISSIRINI, In occasione della Sega vecchia a metà quaresima dell’anno 1805. Capitolo. Forlì 1805; M. MORETTI, I puri di cuore, Milano 1961; G. PITRE, Bibliografia delle tradizioni popolari d’italia, Torino Palermo 1894: per «Mezza Quaresima» si vedano i nn. 3602, 3762, 3819, 4595, 4596, 4635, 5291, 5614; per « Segamento della Vecchia » il n. 5569; G. GIGLI, Mezzaquaresima a Siena, «Arch. studio delle tradizioni popolari», XX, p. 141; N. MASSAROLI, La sega vecchia in Romagna, « La Piè », 111(1922), pp. 99-100.
(2)«La Riviera Rornagnola», 27 marzo 1924.

(3)G. ROSA, Tradizione e costumi lombardi, Bergamo 1891, pp. 29-30; E. AR.RIVABENE, s.v. vecia, «Voc. italiano-mantovano», Mantova 1892.
(4)E. PAOLETTI, s.v. siegar «Diz. tascabile veneziano-italiano», Venezia 1851; G. BOERIO, s.v. siegàr «Diz. dialetto veneziano», Venezia 1856; P. MAZZUCCHI, s.v. segare, «Diz. polesano-italiano », Rovigo 1907.

(5)PIRONA - CARLETTI - CORGIALI, s. v. vècie, «Il nuovo Pirona, Voc. friulano», Udine 1935; vd. anche quaresime (Une volte a mieze quarésime brusavin la vècie in piazze»).
(6) I. NIERI, s.v. séga, «Voc. Lucchese», Lucca 1902, (... «il giovedì di mezza quaresima fingevano di segare la Vecchia che era la Quaresima»); C. TORRICELLI, Dq Firenze ... a Firenze (Ricordi, Leggende, Aneddoti,), Firenze 1929; inoltre i nn. 3602 e 3762 di PITRE, Bibliografia, cit.; cf. HARRINGTON BOLTON, All-Fools’ Day in Italy, «The Journal of American Folklore», IV, Boston and New-York 1891, pp. 168-70, che annota una lettera della sig.ra Eustace B. Regers, datata da Firenze 9 aprile 1891, nella quale è descritto l’uso della mezza Quaresima in Toscana.
(7) 0. MARCOALDI, Le usanze e i pregiudizi del popolo fabrianese, Fabriano 1875, pp. 7-8.
(8) F. BANFI, Il «Sega la Vecchia » nella tradizione romana di mezza quaresima, «L’Urbe», XXV (1962), n. 2, pp. 5-12. Cf. Mezza Quaresima del 1099 o l’abbattimento del Noce di Nerone sul Pincio, «Il Cracas Diario di Roma», III, n. 43, 8 marzo 1890; Si sega la Vecchia e le scalette di Mezza Quaresima, «Il Cracas », s. 3, II, n. 9, 4 marzo 1894, pp. 129-36; A. SCANNABUE, Rime pedantesche di celebre autore calabrese, Londra 1870, parte I, p. 52, sonetto XCI: «Su l’Ancilla Ostiaria, che disse a S. Pietro: Tu ex illis es; discorre esser venuta così abominevole anche a Roma, che per odio di questo fatto ogni anno si dice che si Sega la Vecchia»; Le scalette di mezza quaresima, «La Capitale, Gazzetta di Roma», 15 marzo 1874; G. B. CIPANI, Il Giovedì di Mezza Quaresima, «Il Giovedì», Torino, 8 marzo 1888; G. ZANAZZO, Usi, costumi e pregiudizi del popolo di Roma, II, Torino 1908, n. 187.
(9) L: Balt, L‘Umbria saluta la primavera con un rito propiziatorio antichissimo, «Il Momento Sera», 16aprile 1959.
(10) Nella raccolta Piancastelli della Biblioteca Comunale di Forlì si conserva un foglietto in cui si legge: «Nell’incendiarsi e segarsi la vecchia ben due volte sessagenaria e arcidecrepita ne la Selegata di Strada Maggiore 17 marzo 1667. Stampato a Bologna nel 1667», col disegno di una vecchia cui viene tagliato il collo. Vd. C. E. FERRARI, sv. véccia, «Voc. bolognese-italiano», Bologna 1853; C. CORONEDI - BERTI, sv. vecia, «Voc. bolognese italiano», Bologna 1872, (a brusar la vécia a méza Quarésima).
(11) C. MALASPINA, «Voc. parmigiano-italiano», Parma 1859; L. MAINI, Dei sollazzi profani a Mezza Quaresima ed in ispecie Delle Vecchie in Reggio di Lombardia, Reggio 1855.
(12) «Sega vecchia», numero unico, 23 marzo 1903; G. DONGELLINI, La Sega-vecchia ad Imola, «La Piè», XII (1931), pp. 57-58.
(13). MISEROCCHI, Ravenna e Ravennati nel secolo XIX Ravenna 1927
(14) G. PERUSIN!, Mascherate rituali in Friuli, «Lares», XXXI (1965), pp. 95-105.
(15) Ibid.
(16)M. CAMPANA, La festa della «Segavecchia in Romagna», «Corriere Padano», 11 marzo 193I; W. DELLA MONICA, La tradizione a Cotignola della festosa «Segavecchia», «Il Giornale dell’Emilia», 21 gennaio 1951.
(17) I. MONTANARI, La «Sega vecchia» a Forlimnpopoli, «Corriere Padano», 16 marzo 1930. Nella Biblioteca Classense (Ravenna) si conserva (Mob. 3. 5. D. 67) un foglio manoscritto con una poesia intitolata: In invito per la Sega Vecchia in Forlimpopoli città, dell’anno 1767.
(18) N. MASSAROLI, La «Vecia», «La Piè», 1 (1920), pp. 57-58; ID., La Sega-vecchia in Romagna, ibid., III (1922), pp. 99-100.
(19) G. PERUSINI, Mascherate rituali in Friuli, «Lares», XXXI (1965), pp. 95-105.
(20) MAINI, op. cit., p. 5.
(21) Ibid. 6
(22) MASSAROLI, La «Vecia », cit.
(23) A Ravenna alla fine di carnevale si fabbricava un grande pallone di carta che, librandosi in aria, finiva per bruciare, mentre attorno i «farinini» del molino Lovatelli gridavano; «E’ va, e’ va, e’
Nanon, lassa che vega, e’ turnarà!». Il Re di Carnevale se ne andava, ma sarebbe ritornato
(Miserocchi, op. cit.).
(24) ROMAGNOLI, Collezione di opere inedite e rare per la Commissione dei testi di lingua, III, Cap. CCV. Istoria di Ajolfo di Barbicone e Cap. CC VIII.
(25,) MAINI, op. cit., p. 10; A. BAILLET, Histoire des Festes Mobiles dans l’Eglise, Paris 1707, Parte I, pp. 298-303: Jeudy de la My-Caresme.
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Daniele Franchini