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Sulla vendita della Cassa dei Risparmi di Forlì

di Stefano Servadei (Forlì 24 Settembre 2005)

Nel dibattito apertosi sulla cessione al S. Paolo-Imi di Torino della maggioranza azionaria della Cassa dei Risparmi di Forlì si sono espressi in questi giorni anche il dott. Ubaldo Marra dirigente dei DS forlivesi e l'on. Roberto Pinza.
Marra afferma che è già da cinque anni che si sapeva che si sarebbe giunti al presente risultato. Il quale per lui è del tutto positivo. Ed aggiunge che le banche non possono più stare da sole sul mercato in mancanza di forti alleanze.
Pinza chiede che a definire la questione sul tappeto siano esclusivamente gli organi della locale Fondazione senza interferenze esterne. Ed a chi gli domanda se la perdita dell'autonomia della Cassa non significhi anche, e soprattutto, perdita,del suo notevole tradizionale ruolo"localistico", che risale ininterrottamente alla fondazione avvenuta nell'anno 1839, ribatte che si tratta semplicemente di "luoghi comuni".

Rispondo a Marra. Non è assolutamente vero che la cessione al S. Paolo di cinque anni fa del 40 per cento del capitale azionario della Cassa (che, per me, fu un gravissimo errore ed alla quale oltre a votare contro risposi dimettendomi dall'Assemblea dei Soci), significasse far salire successivamente tale cessione al 51%. Era una facoltà demandata esclusivamente alla Fondazione, ed è quello di cui si discute oggi, dopo-che nel tempo il Presidente della Fondazione medesima ha ripetutamente dichiarato che la originale ripartizione (40% al S. Paolo, 40 alla Fondazione, 20 ai Soci privati) era del tutto equilibrata.
Quanto agli "accorpamenti bancari", che Marra considera in un certo senso obbligatori ad ogni dimensione, evidentemente generalizza una esigenza che è soprattutto degli Istituti con ambizioni nazionali ed internazionali, e che non è da confondere con quella della nostra Cassa essenzialmente localistica.
E questo spiega anche perché le consorelle di Cesena, Ravenna e Rimini (dove oltretutto i DS non contano meno che a Forlì) hanno conservato gelosamente e proficuamente la loro autonomia. Oltretutto, dopo di avere proposto alla locale Fondazione accordi societari che Forlì ha rifiutato. In omaggio, probabilmente, al pur declamato "sistema Romagna".

L'on. Pinza deplora le interferenze esterne sugli organi decisionali della Fondazione presieduta dall'avv. Dolcini. Evidentemente quelle altrui non le sue, come ben sanno coloro che seguono la vicenda dall'anno 2000. Certo: le decisioni finali competono a chi. è abilitato statutariamente a farlo. Tenendo però adeguato conto, in democrazia trattandosi di un patrimonio di esclusiva proprietà forlivese del parere soprattutto degli interessati. Che sono in primo luogo gli undicimila soci privati, e nessuno ha intenzione di consultare in quanto tali (e che, lo ripeto rappresentano il venti % del capitale della Cassa), le categorie economico-sindacali più coinvolte chi rappresenta istituzionalmente la generalità dei cittadini.
Sa, l'On. Pinza, che per analoghe operazioni si è, altrove, riunito anche più volte il Consiglio comunale, si sono fatte assemblee categoriali, di partito,ecc. ecc.? Sarà pure giunta l'ora di finirla con le decisioni forlivesi che contano, prese da pochi "intimi" con la relativa e contemporanea distribuzione dei "posti di potere"?

Qui, più delle fortune di qualche privato delle relative indennità di carica degli opulenti "gettoni di presenza" dei "soliti noti", è in gioco il futuro di una consistente comunità rispetto alla quale la nostra Cassa ha anche rappresentato oltre il 50% del movimento creditizio. D'altra parte, se l'operazione forlivese è tanto positiva, dato che l'on. Pinza è eletto a Cesena, perché non la propone, insistendo, anche per quella Cassa? Non è forse vero che precipuo dovere di ogni parlamentare è di tutelare al meglio il territorio rappresentato?
L'on. Pinza afferma, che il controllo esterno della Cassa non incide sull'azione localistica della stessa. E che affermare 'il contrario è soltanto un trito "luogo comune".
Se mi si permette, prima che mi dimettessi per protesta contro le manovre di cinque anni fa per cedere il 40 per cento del capitale azionario al S. Paolo, ho fatto parte per 40 anni dell'Assemblea dei Soci della Cassa. Come altri, mi sono impegnato continuamente e disinteressatamente per la crescita della Istituzione anche nella sua azione nei confronti della relativa realtà umana e produttiva, seguendo pure i passaggi critici di tante nostre aziende e delle relative maestranze (Orsi Mangelli, Becchi, Maraldi, ecc. ).
Ed ho seguito parimenti le Àmministrazioni locali, per lunghi anni impossibilitate ad ottenere finanziamenti romani anche per interventi minimi ed urgenti. Di fronte a tali realtà ho assistito sistematicamente al fuggi fuggi dei grandi Istituti creditizi pure a presenza locale. Con la nostra Cassa che faceva il possibile e, a volte, l'impossibile, per anticipare salari ai dipendenti, assicurare la non interruzione del ciclo produttivo alle aziende, concedere finanziamenti agli Enti Locali.
Non si tratta di "luoghi comuni" È esperienza collettiva che se è un patrimonio del passato, conservare quanto resta dell'autonomia della cassa, può anche essere una certezza per il futuro. Una certezza che il grandissimo Istituto torinese, al quale servono essenzialmente "semplici sportelli, bancari", è in grado di dare solo per Torino. Ed infatti,in questi giorni, ha tramutato il suo forte credito nei confronti della Fiat, in partecipazione azionaria.
La Cassa dei Risparmi di Forlì, fa, inoltre, parte a pieno titolo della migliore tradizione patriottica e civile locale. Nei suoi registri sono ancora annotati gli oneri volontariamente sostenuti nel 1859, in accordo con la Municipalità, per fornire di scarpe e di cappelli di feltro i Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, acquartierati nel Palazzo Paolucci di Largo dè Calboli.

Dal 1904 al 1919, il contributo finanziario e l'apporto organizzativo della Cassa è stato determinante per il buon successo della grande sottoscrizione popolare forlivese per la realizzazione del nuovo Ospedale Morgagni di Piazzale Solieri. Nel l944, nell'ultimo periodo dell'occupazione tedesca, i "monetieri" della raccolta Piancastelli di incommensurabile valore artistico ed economico, si sono salvati dal trafugamento anche con la partecipazione ed il rischio della Cassa.

Ho, infine, anche saputo e constatato che nei suoi 166 anni di vita la Cassa non ha mai assunto iniziative per far dichiarare "falliti" clienti, pure inadempienti. Se esiste qualcuno che queste cose le tratta con "suffiicienza", ve ne sono altri che le considera un patrimonio inalienabile della nostra comunità. E non è assolutamente d'accordo che la Cassa dei Risparmi di Forlì si riduca un semplice e vuoto emblema.

Un'ultima annotazione. Chi è determinato a vendere esalta a dismisura il ruolo della Fondazione, quasi contrapponendola alla Cassa. È bene sapere che i ruoli sono del tutto diversi, e si pongono su piani di estraneità. La Banca è il cuore dell'economia e, quando funziona correttamente aumenta in continuità il patrimonio e le riserve e fornisce utili ai soci.

La Fondazione, controversa creatura nata dal ceppo bancario in questi anni, non può. Esercitare l'attività creditizia ed ha la funzione di distribuire le entrate, assicurate dal patrimonio, in certi settori pubblici indicati dalla legge.
Un ruolo certamente utile, ma complementare. L'esperienza italiana delle Fondazioni non è stata, sinora, brillante. Le dotazioni patrimoniali hanno spesso "fatto gola" allo Stato ed hanno dovuto permanentemente fare i conti con l'inflazione ed il sistema fiscale. Proprio in questo periodo in Italia si parla di "colpire con più forza le rendite finanziarie".
E tali "rendite" sono gli alimenti più consistenti delle Istituzioni in esame. Attenzione, dunque, in prospettiva: il massimo della imprevidenza sarebbe, oltreché trovarci privi della nostra Cassa, con una Fondazione impegnata soprattutto ad alimentare se stessa.

Non si tratta, evidentemente, di un augurio.

Webmaster
Daniele Franchini