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Casse di risparmio: la lezione di Firenze

di Stefano Servadei (Forlì, 5 Ottobre 2005)

Premessa: nell'anno 1999 fra la Fondazione della Cassa di Risparmnio di Firenze, il S. Paolo-Imi di Torino e la BNP Paribus di Parigi, si realizzò un "patto di sindacato", con scadenza al 30 settembre 2005, il quale prevedeva l'ingresso azionario nella banca fiorentina dell'istituto torinese col 19% e dei francesi col 07%, nonché un "accordo di "governance" dei nuovi entrati con la Fondazione, rimasta "socia di riferimento" col 40% dell'intero capitale sociale.
Nell'occasione si previde, anche, che il S. Paolo-Imi, potesse esercitare, entro la citata scadenza, l'opzione per un ulteriore 10,79%. Ciò che avrebbe portato la sua partecipazione al 29,78% e ridotto quella della Fondazione al 29,22%.
Il tutto motivato dall'esigenza di estendere la presenza delle Banche citate nell'Italia centrale.

Da allora vi è stato il "recesso" dell'istituto parigino, e la Fondazione fiorentina ha maturato la convinzione, oltre che della decadenza del patto, dell'assoluta inopportunità di cedere ulteriore capitale sociale al S. Paolo, con ciò riducendo la propria attuale partecipazione del citato 40%, considerata una sorta di "linea del Piave" ai fini del mantenimento dell'autonomia e del localismo della Cassa.
Il suo Presidente, l'ex-parlamentare DC Edoardo Speranza, ora della Margherita, in dichiarazioni alla stampa di questi giorni, ha aggiunto che il ruolo proprio e tradizionale della banca si mantiene esclusivamente conservando la maggioranza azionaria e di riferimento e non surrogandola con "patti ed accordi" i quali, nel migliore dei casi, hanno una durata limitata rispetto alle prospettive di "lungo periodo" dell'istituzione.

Constatazione: la vicenda riguardante il S. Paolo-Imi e la Cassa di Risparmio di Firenze non è, per noi, un semplice fatto di cronaca.
Sulla base delle dismissioni dell'anno 2000 della locale Cassa dei Risparmi, il S. Paolo detiene il 29,77% del capitale azionario della stessa e la Carifirenze il 9,92%. Complessivamente il 39,69%, alla pari della Fondazione presieduta dall'avv. Dolcini. Il restante 20,62 fa capo agli azionisti privati.
Se la locale Fondazione, come si ipotizza, cede al gruppo torinese un ulteriore 11%, saltano i presenti equilibri e cessa in assoluto la proprietà forlivese dell'Istituto, il quale, dal lontano 1839, costituisce il maggior referente bancario ed il maggior volano creditizio locale.
Ed ha perfettamente ragione il Presidente on. Speranza quando afferma che la perdita della maggioranza azionaria non si surroga con le "toppe" delle quali pur si disquisisce a Forlì (la nomina di questo o quel Presidente, la sottoscrizione di certi "patti" che addolciscono la pillola per qualche anno, ciò che rappresenta il "nulla" rispetto al permanente ruolo strategico della Cassa, ecc.)

Siamo realistici e seri: proprio qualcuno crede che il S. Paolo-Imi sia disposto a spendere cifre notevolissime per seguire non le sue, ma le nostre strategie?

D'altra parte, nel 2000, si sostenne che era necessario cedere il 40% circa del nostro capitale azionario e per legare il forte localismo della Cassa al respiro nazionale ed internazionale di un grande Istituto di credito, nonché per consentire alla Fondazione di disporre di maggiori capacità di investimenti.
Forse che questi obiettivi sono stati raggiunti? Forse, al contrario, che sono tali e tanti da indurci anche a privarci dell'ultimo gioiello di famiglia; come non è accaduto a Cesena, Ravenna e Rimini, con risultati certamente superiori ai nostri?

Conclusione: se le motivazioni fiorentine per non cedere altre azioni al S. Paolo sono valide, lo sono, a maggior ragione, le nostre.
Perché negli accordi del 1999, Firenze aveva reso arbitro Torino di eventuali nuovi acquisti.
E ciò mentre Forlì, nella trattazione nel 20O0, vincolò le eventuali future dismissioni alle sue esclusive decisioni.
In secondo luogo perché, mentre a Firenze è in gioco la maggioranza azionaria relativa, da noi la posta è ben più alta, trattandosi, addirittura, di quella assoluta. Ed è particolarmente rimarchevole che lo "stop" alle ulteriori dismissioni in riva all'Arno sia stata espressa in forma inequivocabile dalla Fondazione. Vale a dire dall'istituzione che, vendendo, entrerebbe in possesso di ulteriori notevoli disponibilità.
Ciò che evidenzia la consapevolezza che, sacrificare la Cassa per le maggiori fortune della Fondazione e dei relativi dirigenti, non è un responsabile "gioco di squadra" a favore della comunità rappresentata. L'esatto contrario di quanto sta accadendo a Forlì, in una visione totalmente di parte, che disconosce il ruolo assolutamente prioritario per la vita economico-sociale locale della Banca e nella persino ridicola pretesa che il ruolo localistico della nostra Cassa si salvaguardi non rafforzando i suoi vincoli locali, non emettendo nuovo capitale sociale per i risparmiatori forlivesi (come è ripetutamente accaduto in questo periodo in zone a noi vicinissime ad opera di istituti consimili), bensì vendendola a chi, nei propri piani, dichiara lealmente di essere alla ricerca di nuovi sportelli avviati, attraverso I quali realizzare nuovo risparmio da investire indifferentemente in Italia ed all'estero secondo la propria soggettiva convenienza e moltiplicare l'uso dei propri servizi".

Il Presidente on. Speranza nelle sue recenti dichiarazioni alla stampa afferma, in aggiunta, che la sua linea è condivisa da tutte le forze politiche, economiche e sociali fiorentine.

È la stessa cosa a Forlì per la linea Pinza-Dolcini-Mazzi ? Attraverso quali verifiche ?

E dire che il quadro politico forlivese, oltre che non essere diverso da quello romagnolo (che nella materia si è comportato e si sta comportando - lo ripeto - in termini diametralmente opposti), non differisce neppure da quello della città medicea.
Oltretutto la Finanziaria per l'anno 20O6, varata in questi giorni, ha recepito la condivisa esigenza di dare sollecitamente vita ad un Istituto di credito totalmente meridionale non soltanto come sportelli e raccolta del risparmio, ma anche in relazione ai relativi "centri decisionali", ora totalmente estranei al territorio in questione.
Riconoscendo in questa circostanza, e nel "localistico bancario" che ne consegue, un vantaggio fondamentale per i territori interessati,
Un'autorevolissima risposta, anche questa, a chi, nel nostro caso, lavora in una direzione totalmente opposta.

L'auspicio è, pertanto, che si smetta di parlare, nel nostro caso, di ulteriori dismissioni alle quali non ci obbliga alcuno. E che verrebbero totale ed irreversibile danno della nostra economia. Ed a rimorchio di già evidenti interessi di gruppi limitati di persone, che non dovrebbero mai trasformarsi in punti di riferimento per l'azione di partiti politici che pure si dicono "di sinistra". In ogni caso siamo già a tiro di nuove elezioni. Ed in mancanza di una preventiva ragionevole soluzione, nessuno potrà impedirci di portare, anche in quelle sede, motivi di seria riflessione e di maggiore conoscenza della realtà politico-etica locale.

Webmaster
Daniele Franchini