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Malattie mentali:una realtà insostenibile

di Stefano Servadei

Forlì, 1 ottobre 2005

La stampa nazionale ha recentemente riferito, con orrore, che un ammalato di mente, da anni unanimemente riconosciuto come pericoloso, in un piccolo paese vicino a Varese, ha fracassato il capo a martellate ad una ragazzina di 13 anni, tranquillamente seduta in un bar con delle coetanee.
La TV nazionale ha ripreso il caso ed ha interpellato diversi conterranei chiedendo loro che cosa ne pensassero. Il parere è stato unanime: si è trattato di un "assassinio annunciato", in quanto tutti conoscevano le condizioni di pericolosità del demente.
Il Sindaco ha aggiunto che si era anche ricorsi, nei suoi confronti, ad alcuni ricoveri obbligatori, durati, però, soltanto alcune settimane. E ciò a norma della legge 13 maggio 1978 n. 180 (la cosiddetta riforma Basaglia).

Di fatti analoghi se ne sono verificati diversi anche da noi. Ed all'orrore del momento è seguito "il nulla" assoluto.

Alcuni anni fa un noto ammalato di niente di Gambettola ha improvvisamente accoltellato, uccidendolo, un tranquillo cittadino che la domenica mattina usciva da messa col figlioletto per mano.
Più di recente ad Imola, un analogo ammalato ha irnprovvisamente trafitto il cuore con uno stiletto ad un infermiere che stava assistendo ad una sua visita medica. Dolore, esecrazione, riconoscimento di situazioni insostenibili, carenze dei servizi territoriali competenti, ecc.

Ma nessuna serie e durevole iniziativa per una rapida e dovuta riconsiderazione della realtà, a tutela dell'ammalato, dei familiari, costretti a convivenze impossibili, delle comunità.
Quando la legge n°. 180 venne varata non tardarono, nel Parlamento e fuori, le accuse di ideologizzazione della realtà, di disconoscimento che quella menitale può essere una malattia grave e pericolosa, che se non si cura con l'isolamento dell'ammalato e con la perdita dei diritti civili, deve parimenti trovare terapie e contenitori compatibili con la serietà del male e con la sicurezza di tutti.
Di fatto, preoccupazioni vane, oltretutto in presenza di forze politiche la cui parola d'ordine è "la Basaglia non si tocca!", come è recentemente accaduto nella Regione Emilia-Romagna, in ordine a sollecitazioni giunte da più parti, riferite ad accadimenti del tipo di quelli sopra descritti.
E tale parola d'ordine, purtroppo della sinistra, tiene banco da due legislature anche a livello parlamentare, in ordine al "blocco" di alcune proposte, non di cancellazione della 180, ma di modifiche adeguate corrispondenti all'esperienza di questi anni, generalmente negative. Pretendere che, con la complessiva realtà ed esperienza, che continua a salire dal Paese, la legge resti, anche nella concreta ed integrale applicazione, quella che è, costituisce un atto di irresponsabilità.
Se, poi, le modifiche proposte dalla controparte politica non vanno bene, è dovere etico e politico, avanzare proposizioni diverse, parimenti mirate allo scopo. L'interdizione, infatti, non costituisce una soluzione e crea dubbi sulla buona fede dei proponenti.

Conosco la materia da oltre mezzo secolo. Da quando ero giovane amministratore provinciale di Forlì, e l'assistenza psichiatrica faceva capo alle Province. La legge base che regolava la materia era estremamente vecchia e datata (anno 1892) , l'approccio con l'ammalato di mente totalmente inaccettabile per ragioni di civiltà.
E, tuttavia, con serie forme, oltre che di ricovero, di assistenza domiciliare, di permanenti contatti coi familiari, ci eravamo portati ad un livello che mi permetto considerare globalmente più serio dell'attuale. Talché mi chiedo se sia stato un risultato positivo avere spostato la forma di assistenza dalla competenza provinciale a quella delle Aziende Sanitarie Locali.
Dove resta, naturalmente "residuale", non usufruendo, neppure, in certi casi, della percentuale di spesa indicata dalla legge. In questo vergognoso e tragico stallo, le recenti "martellate" di Varese, oltre che avere come diretto riferimento la cosiddetta "Riforma Basaglia", colpiscono profondamente le forze politiche italiane, la loro insensibilità ed inadeguatezza nel rendersi conto di una situazione che è letteralmente insostenibile.

La follia non può essere curata con l'indifferenza e l'inefficienza. Con la mancanza di prevenzione, la penuria di mezzi economici, di personale specializzato, di Centri degni di questo nome nei quali ospitare il disagio degli ammalati di mente, lasciandoli, così, soli, disperati e pericolosi.

Diamo una occhiata all'Europa, alla quale apparteniamo, ed in particolare alla Francia, dove l'intera materia è stata riconsiderata anche di recente, legando fortemente assieme la risposta da fornire agli ammalati, ai relativi familiari, ai concittadini.

Webmaster
Daniele Franchini