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I mali della nostra Riviera

On. Dott. Stefano Servadei, Forlì, 9 Febbraio 2007

Torno sulla questione della crescita del livello del mare a causa dell? aumento delle temperature e dello scioglimento delle calotte polari.

E questa volta, purtroppo, dopo autorevolissime conferme che ci giungono dalle organizzazioni mondiali, europee e nazionali. Circolano già cartine geografiche colorate le quali collocano gran parte della nostra Riviera, la quale è, turisticamente, la più importante d?Europa e la seconda del mondo dopo la Florida, fra i territori che verranno, a non lunga scadenza, sommersi dal mare.

Che non si accontenterà delle spiagge, ma procederà ben oltre. Non è mia vocazione fare il ?profeta di sventure?. Dico, però, che la posta in gioco è di tanta rilevanza che è opportuno parlarne, acquisendo coscienza, ad ogni livello, delle cose che si possono e si debbono fare per contenere il rischio. Ricordo, da antico amministratore locale, la visita alle nostre spiagge di oltre mezzo secolo fa di docenti dell?Università olandese di Delft, la più qualificata in materia.

E ricordo la loro diagnosi, la raccomandazione di avere una particolare cura degli arenili, della portata di materiali di ripascimento dei fiumi, del complessivo quadro portuale e delle banchine, ecc., nella pregiudiziale considerazione della ?gracilità? della nostra realtà complessiva. E dei notevoli rischi relativi.

Sto seguendo con qualche preoccupazione i silenzi della Regione e delle Istituzioni locali, il rifacimento, col trasporto della sabbia, qualche volta all?anno, di diversi arenili destinati, comunque, a scomparire ad ogni successiva increspatura del mare. Non è che non ne abbia apprezzato la realizzazione. Mi è, però, sembrata anche quella, di fronte ad una realtà che sta volgendo drammaticamente al peggio, una visione patetica avulsa da una consapevolezza complessiva della drammatica posta in gioco. E delle cose da fare, senza perdere altro tempo, per farvi fronte con qualche possibilità di contenimento.

Forse non si vuol parlare di queste cose per non creare allarmismo? Mi sembra che, a questo punto, la preoccupazione, di fronte ai molteplici pronunciamenti scientifici sulla realtà, non abbia senso. Soprattutto da parte degli ?addetti ai lavori? locali, regionali, nazionali. L?aspetto riguardante la costa sul quale mi resta più difficile farmi una ragione è quello dell?estrazione di rilevanti quantitativi di gas metano a mare, oltretutto davanti alla parte più critica del nostro territorio. Quella collocata a nord.

Ed il raffronto va, naturalmnente, a quanto accaduto, ormai da diversi anni, oltre il Po, in Provincia di Rovigo, ove la Magistratura ha posto i lucchetti nelle varie piattaforme esistenti a mare, ipotizzando, con la continuazione dell?estrazione di gas ?disastri ambientali?. Da noi, nel contempo, le piattaforme si sono, addirittura, accresciute di numero e di capacità estrattiva. Non ignoro che in Italia esiste, in termini gravi, un problema energetico. Ma se l?estrazione può facilitare, per proprio conto, ?disastri anibientali?, il gioco non vale assolutamente la candela.

So che la Regione Emilia-Romagna, per il gas che viene estratto dal Gruppo ENI, percepisce corrispettivi finanziari di rilievo. Ma, anche qui, il discorso resta quello di prima. Il dissesto ambientale irrecuperabile non dispone di alternative, di ragionevoli opzioni. Occorre, dunque, chiamare al capezzale della nostra Riviera tecnici di assoluto valore, non legati ad interessi precostituiti, in grado di suggerire comportamenti pubblici e privati rigorosi. Intesi, comunque, a toglierci da una attesa ed inazione sconfortante, soltanto che diamo una occhiata alle prospettive che ci stanno di fronte. Tornando al prelievo di forti quantitativi di gas ad altissima pressione, davanti alla nostra costa, continuiamo ad essere convinti che ciò favorisca fenomeni di tipo bradisismico rispetto ai quali non risulta che fino a questo momento sia stata posta la dovuta attenzione.

Si parla, in questo periodo, di utilizzare le sacche sotterranee a suo tempo svuotate come grandi serbatoi di riserva per il metano importato. Si tratta di una tecnica già sperimentata da diverse parti, la quale non ripristina, tuttavia, alcuna realtà pregressa, dato che il gas immesso registra una pressione enormemente inferiore a quello precedentemente fuoriuscito. Non è, naturalmente, che la richiesta cessazione dell?estrazione di gas risolva i problemi strutturali che si affacciano drammaticamente anche per la nostra costa in funzione della crescita della superficie del mare.

Può, però, servire per ?alleggerire? la situazione. Così come, lo ripeto, è accaduto da anni nel vicino Polesine. Concludendo: i gravi problemi di ogni tipo non si risolvono ignorandolì o, di fatto, aggravandoli. Bensì sollecitando sugli stessi tutte le forze, le intelligenze, le professionalità disponibili. Come, purtroppo, non è sinora accaduto.

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Daniele Franchini