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LO STEREOTIPO DEL ROMAGNOLO

PIERO CAMPORESI

Nella "geografia morale d'Italia" (1) tratteggiata da Vincenzo Gioberti nel Primato, non c'è posto per la Romagna. La omissione non è certamente casuale, perché, se nel quadro delle "personalità" e delle "individualità" regionali avesse inserito anche la Romagna, al fine di analizzare le "proprietà specifiche, per cui si distinguono fra loro gli abitanti delle varie province italiane" e il loro "genio" particolare, il quadro si sarebbe irreparabilmente deteriorato e ben difficilmente il sacerdote torinese avrebbe potuto continuare ad utilizzare il precario strumento storiografico iscritto sotto il segno della "geografia morale".

Dalla sua penna neoguelfa non poteva uscire la riabilitazione della Romagna e del Romagnolo; essa è operazione piuttosto recente e nemmeno lineare e continua.

Iniziata nel secolo scorso in epoca risorgimentale (D'Azeglio) e in chiave d'esaltazione insurrezionale, nella seconda metà dell'Ottocento, ad unità avvenuta, nel clima moderato del regno sabaudo, la riabilitazione morale e politica del romagnolo subisce una pesante battuta d'arresto e una lunga eclissi, sì che riemerge dal passato l'ombra della vecchia immagine negativa.
La Romagna repubblicana, anarchica e socialista viene nuovamente sospinta nel ghetto degli emarginati politici, dei sospetti, dei sorvegliati speciali, delle teste calde rivoluzionarie, confinata nel ribollente lazzaretto dell'opposizione permanente. Riprende perciò a circolare sul territorio nazionale il vecchio malfamato cliché del romagnolo facinoroso, settario, sanguinano: sbottava allora Olindo Guerrini:

E dai! Tot quent i l' ha cun la Rumagna,
Ch 'e 'pè ch 'la sia la cheva d'i assassen ...
(2).

Questa terra ripiombava ai livelli più bassi della geografia morale delle province italiane e il solito Guerrini poteva acremente commentare che:

E' sendich nov d'la Tera e d' Castruchera
L 'ha fatto proposta d' butè zo e' campsant
Che intignimod is mor tott in galera.
(3)

Il nuovo corso dell'immagine della Romagna e la sostituzione del vecchio, secolare stereotipo con uno nuovo (quello che Vittorio Cian, nel peggiore dei suoi libri, esaltava come "magnifica rivincita" (4) avviene nel clima cortigiano, adulatorio, encomiastico, trionfalistico e intimamente razzista del periodo fascista.

Tratterò brevemente del vecchio stereotipo del romagnolo, dell'antica immagine "madre", quella corrente nel periodo che va dal tardo Medio Evo ai primi decenni del Seicento.

Difficile dire se dovuta a un passeggero malumore o a una convinzione radicata, la rapida annotazione di Leonardo sopra questa terra, da lui indicata come "capo d'ogni grossezza d'ingegno".

Per amor di patria vogliamo ritenere che alla base del severo giudizio fosse soprattutto la convinzione dell'arretratezza tecnica delle macchine agricole romagnole, dei carri di campagna (oggi immobili monumenti museologici), ai quali il grande maestro toscano rimproverava una pessima e irrazionale disposizione delle ruote e una conseguente cattiva distribuzione dei pesi causata dalle due ruote anteriori, basse, e dalle due posteriori, alte, "la qual cosa ? osservava ? è in gran disfavore di moto perché in sulle rote dinanzi si scarica più peso che in su quelle didietro" (5).

Come la Romagna appariva a Leonardo arretrata sotto il profilo della tecnica, così a un altro grande toscano suo contemporaneo, Machiavelli, essa sembrava una terra politicamente fuorviata, non toccata dalla civiltà comunale, profondamente feudale e baronale, legata alle fortune personali di "gentiluomini" di campagna, oziosarnente prosperanti all'ombra della rendita fondiaria, e di "perniziosi signori di castella":
Di qui nasce che in quelle province non è mai surta alcuna repubblica né alcuno vivere politico; perché tali generazioni di uomini sono al tutto inimici d'ogni civiltà". (6)

Il giudizio dei due insigni toscani, pur riferentesi ad aspetti diversi della Romagna, è fortemente negativo: arretratezza tecnica, nel primo, accompagnata da "grossezza d'ingegno", quasi una sorta di sottosviluppo culturale dovuto (così par di capire) più alla natura della sua gente che a un certo tipo di sviluppo storico e sociale; arretratezza politica, nel secondo, addebitata (si direbbe) ad un errato sviluppo storico e ad una perniciosa tradizione d'organizzazione sociale ben lontana dal modello comunale toscano.

Emerge perciò un punto di vista "toscano" sulle cose di Romagna (come del resto sugli altri stati italiani a modello signorile e feudale) fortemente negativo: assenza di "alcuno vivere politico", il potere nelle mani di "uomini.., al tutto inimici d'ogni civiltà", "principii di corruttele e cagione d'ogni scandalo" (7), mancanza totale di quel "beneficio della libertà, da' Lombardi non conosciuto" (8) che costituisce il polo referente e il filo conduttore della storiografia toscana dal Trecento in poi. Marasma politico e sottosviluppo culturale, tecnico, sociale: una diagnosi ? come si vede ? agra e dura sopra la provincia crudele e irrazionale, abitata da uomini - il termine ricorre nella Relazione del Cardinale Anglico - "passionatissimi". Non si potrebbe trovare, a riassumere tutto questo, che un termine: barbarie.

Per i maestri tirrenici della "pratica di mercatura", per gli inventori della banca, della cambiale, della partita doppia, per i razionali teorizzatori della "prudenza" umanistica e della "masserizia" paleocapitalistica, per gl'intelligenti e astuti mercanti di Toscana, la regione di Levante posta al di là degli Appennini, la terra ch'era stata degli Ostrogoti e dei Bizantini, che portava ancora il nome di Roma ma fermentava di sangue celtico e slavo, doveva apparire come una selvaggia contrada popolata da gente barbara, incolta, ottusa, feroce e rissosa, infida e crudele. Non solo non vi esisteva la "repubblica" oligarchica e capitalista dei mercanti toscani, ma vi tiranneggiavano signori facinorosi e violenti, piccoli tiranni di clan barbarici dediti al banditismo sugli impervi valichi che rinserravano le vallate montane, o, in mancanza di bottino, sempre pronti a partire per l'avventura della "condotta" militare.

Al mercante o all'osservatore politico toscano che, varcata la dorsale appenninica, scendeva attraverso le aspre vallate degradanti verso oriente, si presentava un paese diverso, molto diverso, sia per gli ordinamenti politici, sia per la composizione sociale, i costumi, la lingua, il paesaggio; un paese dove il contado contava come e forse più delle città, piccole del resto e scarsamente popolate, dove nella parte bassa e paludosa (allora grandemente estesa), lungo le coste e le saline, gli uomini, al margine degli stagni e delle acque morte, vivevano una dura vita anfibia in capanne di canne e di fango, come i veneti della costa "gente di palude e di belletta" (9): qui vivevano " ... i marri de' pian di Romagna" (10), come scriveva l'aretino Cenne dalla Chitarra.
"Cloaca fere totius Galliae cisalpine" (11) appariva al Boccaccio l'antica capitale imperiale, la città degli esarchi che molti secoli prima era sembrata a Sidonio Apollinare l'immagine del nonsense urbano e civile, lo specchio del mondo alla rovescia. Dalla "squallida landa" le rane infettavano con le loro iniezioni di veleno gli uomini, mentre da quelle terre basse esalava - secondo le parole d'un maestro dell'artificio retorico, Pier delle Vigne - "un soffio di corruzione che abbatte il corpo gentilmente allevato".

E tuttavia i corpi degli abitatori di questo paese (che nella fascia centrale e collinare era intensamente coltivato) sembravano immuni al veleno della corruzione fisica: di taglia massiccia e di potente vitalità, pescatori di palude o d'acqua salsa nelle terre litoranee, contadini e pastori nel resto del paese, piccoli artigiani nelle città ("artefici minuti" (12), secondo la notazione di Matteo Villani), esercitavano quasi esclusivamente l' agricoltura o il mestiere delle armi: oltre che di cereali la Romagna era anche serbatoio di soldati, da cui i duchi d'Este e la Repubblica di Venezia attingevano abbondantemente.
Non praticavano, generalmente, il commercio, quasi del tutto nelle mani di ebrei o di forestieri, perché - come si legge in una tarda relazione sulla Romagna del primo ?600 - " l'attendere a mercanzie et a negozii non è proprio del Romagnolo; anzi ognuno che abbia qualche cosa del suo, si reca a puntiglio d'onore "non" attendere a cose simili" (13).

Oltre alle guerre fra città e città e fra castello e castello, oltre ai sanguinosi tentativi di riconquista della Romagna da parte degli eserciti papali, oltre alle lotte per il potere fra le famiglie cittadine (la divisione fra guelfi e ghibellini perdurava ancora nel XVII secolo), fra le sette e le fazioni rivali che, al di là delle città, coinvolgevano anche i più potenti dan contadini, la Romagna era continuamente battuta da schiere di banditi, da banditi contadini che alimentavano un perenne ed inestinguibile banditismo sociale.
Bande di latrunculi sotiales, dello stesso ceppo di quei latrones, pro fugati nel Faentino sotto il pontificato di Paolo V, macchiavano, protervi e animosi, bonum nomen et famam et horiorem (14) del signore di Forlì, Pino degli Ordelaffi, al quale Franco Sacchetti, "capitano di Romagna fiorentina", indirizzava versi e lettere per complimentarsi d'aver messo al taglio della spada i ladroni:

Se ciaschedun signor desse le frutte
A chi le va cercando come voi,
Le strade si terrien nette et asciutte.
Esempio pigiian que' che vegnon poi...

Se anche gli altri signori d'Italia - commentava il Sacchetti - avessero fatto come l'Ordelaffi "la gente barbara tornerebbe a lavorare le terre" (15).
"Barbarie"
c ontadina, secondo il podestà toscano, anarchia feudale endemica, contese e faziosità laceranti ogni strato sociale, nobiltà tralignante e imbastardita secondo Dante, una provincia mai "senza guerra" pullulante di "velenosi sterpi": la "perfidia romagnola- nota il Larner - è un tema ricorrente nell'Inferno." (16).

Le testimonianze del Tre-Quattrocento sono tutte concordi nell'accusare i romagnoli e i loro signori di praticare, ad ogni livello, con demoniaco vigore, il tradimento. Le denunce sono innumerevoli, da quella concitata d'un anonimo rimatore trecentesco:

e de Romagna tuti qui tiranni,
che ?n tradimenti sum gente subtile
(17)

Alla gelida voce di Matteo Villani: "E così per natura i Romagnoli hanno corta la fede e pertanto per antico proverbio si dice che il romagnolo porta la fede in grembo e però non è da meravigliare quando i tiranni di Romagna mancano di fede, conciossiaché sieno tiranni e romagnoli" (18).

... eorum fraudibus (tyrannorum) vix remedium daret sapientia Salomonis,

si disperava un Rettore di Romagna nel 1321.

Traditori, astuti, perfidi, crapuloni come gl'inglesi, li descrive nello stesso secolo un legato francese (per l'intemperanza nel bere il richiamo al dantesco Marchese degli Argogliosi nasce spontaneo):

Provincia ista pomposa est nimis failax et adeo prodiga, quod in epulis et fallaciis parum djffert ab Anglia. Isti t'amen sunt astutiores et longe proculdubio cautiores, et inter caeteros Italicos re et fama in perfidia obtinent monarchiam. (19).

Il legato francese non era forse la persona più adatta per interpretare il senso che alla vita attribuivano i romagnoli, il loro innato gusto dell'eccesso e della dismisura, la loro prodigalità e la loro intemperanza di tipo slavo.
L'anglo Larner più finemente intuisce che "essi sembrano ispirati dalle passioni di un aristocratico senso dell'onore, più che dalla speranza del guadagno" (20). Il rituale dell'ospitalità, sentito con fierezza e grandiosità barbarica, praticato con umano slancio e amorevole dedizione, potrebbe più utilmente servire a comprenderne il carattere e l'indole etnica.

Tuttavia il ritratto morale del romagnolo corrente nel Trecento è quello delineato dalle testimonianze sopra ricordate.

Praticato nelle corti per necessità di potere e di sopravvivenza, per ineluttabile necessità della lotta politica più che per truce vocazione al sangue o per tetro ideale estetico, il tradimento, col corteggio del timore e del sospetto, serpeggiava fra i signori, prigionieri d'una logica politica spietata.

Il canzoniere di Antonio da Ferrara, ricco di "versi robusti e sprezzanti, nati in mezzo al fervore delle lotte civili e delle battaglie" (21), opera d'un poeta cortigiano itinerante che, vissuto a lungo in Romagna, a Forlì e a Ravenna, aveva a lungo respirato l'aria esalante dalla "fiera vita delle corti di Romagna", dai suoi sanguinosi "teatri", contiene versi nei quali sembra coagularsi e prendere corpo lo spettro inafferrabile e laido del sospetto e del tradimento serpeggianti fra le corti:

Al tradimento non pò reparare
né senno né prudenza né grandezza
né amistà né forza né ricchezza
né virtù quanto l'om pote operare:
ché conven pur a l'omo fidare,

e se ne fida, non pò aver certezza,
se ?l confidente vol far tal laidezza,
che finalmente non la possa fare...
(22).

Maestro Antonio conosceva bene l'etica romagnola del potere e i suoi spietati interpreti; aveva potuto seguire da vicino a Ravenna le trame contro i suoi fratelli di Bernardino da Polenta "dissoluto... crudele e aspro signore", "inimico di tutti coloro che montassero in virtù e in ricchezza" (23); in quella Ravenna che aveva, secoli prima, conosciuto le "bestiali crudeltà" del feroce Giustiniano II, assuefatta quindi per remota tradizione a "stragi di sapore bizantino con tradimenti e ben studiati tranelli". (24).

E tuttavia le truci figure dei tiranni di Romagna non mancano di una loro fosca ed altera grandezza se paragonate a quelle dei baroni del Cinquecento. Non mancò ai primi, si pensi a Francesco Ordelaffi, un senso protervo della sfida disperata e un crudele cinico umore: "rude, impetuoso, collerico, insofferente d'ogni freno" (25), generoso e "nimico dell'avarizia" (F. Sacchetti, nov. XXV) la sua vita " è tutta una vicenda di battaglie vinte e perdute, di congiure fallite e di ben riusciti tradimenti" (26).
Questo "perfido cane patarino" (27), "germe di radice dannata" (28), dalla natura aspra e bizzarra, "incarnato" coi suoi concittadini e da loro "caramente amato" (29), sembra l'emblema non solo dei forlivesi del quattordicesimo secolo, gente dalle "complessioni... impastate di bile e di malinconia" (30), dalla "natura subita, ignea, collerica" (31) - secondo la tipologia astrologica di Paolo Bonoli - ma di tutta la Romagna dominata dal capricorno, "casa di Saturno ed esaltazione di Marte" (32):

Semper in adversos saltus fractasque ruinas
ire cupit Faunus, monstra atque minantia
mortem I querere (33).

Tramontati i secoli dei signori di Romagna, spentasi la loro inquieta e tormentata fortuna, non terminarono gli anni del sangue e della crudeltà: "La storia della Romagna nel Cinquecento - scriveva Adolfo Borgognoni - è una storia tutta insanguinata. E tra le città romagnole la più straziata in quegli anni è Ravenna, Ravenna dove i Rasponi, schiatta d'antichi condottieri sassoni, invaghiti non si sa più se di dominio o di strage, accatastarono, nello spazio di circa ottant'anni, tanti e tali delitti, che oggi nemmeno un beccaio potrebbe leggerli senza raccapricciare". (34)

Fu allora la Romagna la "provincia avviluppata, dove - si lamentava il Guicciardini - bisognerà mettere mano nel sangue"; colà "gli uomini sono comunemente disonesti, maligni, et che non conoscono l'onore" (35).
U
na terra, diagnosticava il grande Gerolamo Mercuriali, "...intestinis bellis vexatam, innumerisque pro pemodun sceleribus refertam (36).
Essa divenne per antonomasia, la "provincia impraticabile", la "provincia sconquassata... piena d'arme, di omicidi, di rapine, di sforzamenti" (37), percorsa e battuta dai "cappellacci" (i banditi, secondo la terminologia di Annibal Caro), straziata dalle "fattioni" e dalle "parzialità", dalle sette baronali e cittadine e dai potenti clan contadini, "gente assai buona per la guerra" (38).
"Sogliono [i contadini] esercitarsi nel tirar d'archibugio et nelle nemicizie sono molto fieri, tengon la parti più degli altri et sono nel governo molto fastidiosi, perché non si fa contrabbando senza l'intervento loro; et li banditi per lo più sono contadini, et non solo i banditi, ma ancora li capobanditi, perché tra loro hanno gran strettezza et in particolare quelli della istessa parentela, delle quali tra di loro se ne trovano assai numerosi... perché non è famiglia alcuna in Romagna per potente che sia che possa più perturbarla de' contadini" (39).
Così nella Descrizione secentesca della Romagna fatta conoscere dallo Zoli e dal Bernicoli; i Ceroni, i Rinaldi, i Ravagli, nella parte alta del Faentino e dell'Imolese, gli Scardovi e i Baldassarri nella pianura fra Faenza e Lugo, i Mambelli nelle montagne sotto Civitella nella valle del Bidente, costituivano le più potenti consorterie contadine legate da vincoli di sangue.

Intollerabile appariva a Giovanni Guidiccioni, presidente della Romagna, "la disubbidienza e malignità di quei villani" (40); i "Ceroni - scriveva il vescovo lucchese - sono in questa provincia uomini bestiali, terribili, e a fare ogni male; sono in parentado più di trecento, stanno ne' confini delle montagne, e vivono la maggior parte sui fartrar questo e quello, e si ritirano in luogo tanto forte, che non basterian mille fanti a potergli nuocere" (41).
Per sradicarli, si lamentava il Presidente, sarebbe stato necessario "uscir dall'ordinario" perché la "via ordinaria... non serve in Romagna". (42).

La scena politica presenta i tratti d'un irreparabile marasma: la Romagna degli anni quaranta, secondo l'analisi del Guidiccioni (43).
Paradossalmente, la mancanza d'una vera guerra anziché favorire la pacificazione, promuoveva un vortice di piccole guerre, una guerriglia permanente di tutti contro tutti. "A Ravenna li governatori fanno alle coltellate", osservava il Guidiccioni (44); "qui... bisogna sempre minacciar di cavezze e mannaie... farsi temere... tra questi cervelli diabolici e terribili" ( 45).
Inquiete le campagne, turbate dal banditismo, dal contrabbando, dalle risse, dalle vendette, insanguinate le città per le molte morti d'huomini principali e di valore, et talmente erano imbriacati et immersi in questa bestialità, che quasi ciechi s'andavano a perdersi non perdonando al sangue de parenti et fratelli proprii, quando sotto questo nome di Guelfo o Ghibellino fossero stati d'animo et di fattione contraria alla loro. Et questo morbo, penetrato anco nelle menti et negl'animi delle donne, causava sino nelli monasterii delle monache molti scandoli, le quali divise non men d'animo et di volontà, che di nome, si chiamavano qual negra, qual bianca, qual portavano il fiore alla destra, qual alla sinistra orecchia tutto il giorno spendendo in queste baie. Et intanto anco gl' huomini vestendo di vani habbiti non avevano altro per scopo et per oggetto che destruggersi et ammazzarsi insieme, con perpetua guerra civile
(46).

Ciononostante l'immagine del romagnolo corrente per l'Italia e che rifluisce nella letteratura è poco più che abbietta e ha tratti paralleli con gli editti e i bandi dei politici. Forlì, ad esempio, è "corrottissima" (52) per il Guidiccioni, pullulante di "delinquenti, malfattori o cospiratori" (53) per i! Conversino, una città "distrutta" dalle fazioni, "piena di molti errori e delitti" (54) per il Capodiferro; per il Bandello è città colma di "enormi peccati... e vituperose maniere" (55), dove le stragi fra le "malvage fazioni" sono triste, abituale spettacolo; i suoi costumi "cattivi e scelerati" (56); gli abitanti "bestemmiatori, ladri, assassini ed i maggiori ribaldi del mondo... usurari, adulteri, concubinarii, invidiosi, iracondi, golosi, seminatori di risse e di discordie, nutricatori di guerre civili, nemici del ben pubblico, parziali, ornicidiari e peggio che giudei" (57).
Una radiografia spietata dalla quale nessuno si salva, un inferno urbano in cui il vizio e il delitto acquistano dimensioni tanto iperboliche da apparire irreali; una città al centro della mappa del terrore e dell'orrore.

E' probabile che il quadro tracciato dal Bandello nel quale s'inserisce il vituperio etico-sociale (non a caso pronunciato da un frate predicatore) ricalchi schemi fissi dell'invettiva moralistico-predicatoria applicabili per qualunque città turbolenta e infettata dai veleni dello spirito settario; tuttavia, in un'altra novella, lo scrittore piemontese mette in azione, in una truce storia di sangue e di tradimento, un "romagnuolo... di pessima natura e bravo e manesco", un "ribaldo romagnuolo", unperfido e scelerato romagnuolo» (58). Si noterà come il Bandello insista sulla connotazione regionale e razziale quasi per dare una spiegazione attendibile, una giustificazione da tutti facilmente accettata, dell'orribile delitto del quale si rese complice questo "crudele romagnuolo", di nome Giulio, di "malvagia natura", di professione scherano, bravo, sicario.
Il delitto, avvenuto nell'ambiente dei mercanti lucchesi di Anversa, destò rumore in tutta Europa e venne ricordato anche dai Cardano nel De subtilitate.
La vittima, il mercante Deodati, fu attirato in un tranello, a tradimento, dal suo nemico Simone Turchi, immobilizzato con un ingegnoso congegno (una sedia meccanica di "strana foggia... la quale, come l'uomo su vi sedeva, subito il fondo di quella si calava in giù, e tantosto da le parti dinanzi, ove l'uomo suole appoggiar le braccia, uscivano dal legno fora duo ferri grossi e forti, li quali discendevano tra le coscie del sedente per sì fatto modo, che l'uomo vi rimaneva talmente inchiavato, che non si poteva movere, né a patto veruno uscirne fora, se non ci era la sua propria chiave".
Non avendo il Turchi coraggio di finire il suo avversario immobilizzato nella sedia meccanica, si rivolse al romagnolo: "Va dunque tu e levali la vita. Giulio allora - così continua il Bandello - che deveva in Romagna, per quelle loro maladette parzialità, ove ammazzan sino i fanciulli ne la culla e per le chiese, devea, dico, essere stato a cento omicidii, intrò in la sala, e preso il pistoiese, andò alla volta del sfortunato Deodati".
Non occorre continuare, il seguito della storia è facilmente ricostruibile. E non occorre neppure aggiungere parole di commento (e se ne potrebbero trovare in abbondanza) per chiosare non tanto la malvagità di un episodio criminale che potrebbe allinearsi accanto a tanti altri consimili dell'Italia e dell'Europa cinquecentesca, quanto per spiegare la fama sinistra che accompagnava i romagnoli e la Romagna "ove ammazzan sino i fanciulli ne la culla e per le chiese".

Pressapoco negli stessi anni in cui Bandello faceva circolare la sua novella, il Guidiccioni, in una lettera (1540) a Cosimo de' Medici richiede la consegna nelle sue mani di Giannino de' Naldi, protagonista d'un fatto di sangue nel quale aveva ucciso "XIX persone fra le quali- precisa il Presidente della Romagna - erano donne e putti". (59)

Letteratura e cronaca criminale - come si vede - coincidono perfettamente. Resta il fatto che nel Cinque/Seicento, quando l'età, a suo modo eroica, dei tiranni era da tempo terminata, la figura del romagnolo si presenta sempre più deteriorata e malfamata, fino a cadere nella degradazione dell'omicidio su ordinazione: all'immagine del guerriero medievale, avventuriero, traditore ma coraggioso (se si accetta l'ostile tradizione) tende a sostituirsi quella del settario di basso conio, che fatalmente acquista il volto del "cagnetto" (come si diceva nel Cinquecento), dell' "homicidiale" o "delinquente"; mutata la struttura politica e amministrativa, anche la società cosiddetta "civile" nella Romagna assoggettata alla Chiesa, muta lentamente volto.

La popolazione aumenta, la miseria s'accresce, si moltiplicano i mendicanti, i vagabondi, i banditi, i contrabbandieri di sale e di cereali.

"Due cose - avverte una anonima descrizione della Romagna redatta fra il 1621 e il 1634 - li fanno parere uomini di mal ingegno e di poco intelletto: l'uno è l'ozio, l'altro è la fazione: l'ozio nasce dal non essere in Romagna arte in che gli uomini si sogliono occupare, et l'attendere a mercanzie et a negozii non è proprio del Romagnolo... Li baroni che abitano in Romagna sono poveri ... i sudditi ... sono poverissimi più degli altri che sono in provincia, perché abitano luochi alpestri e sterili.., li nobili delle città.., oziosi che non attendono né all'agricoltura, né ad altro esercizio.
Ma quelli che con una certa industria avranno fatto avanzamento di facoltà, sono di cattivi costumi; perché l'industria in altro, per lo più, non consiste, che in contratti feneratizii col mezzo de' quali fanno acquisti grandi con danno e odio pubblico. Et siccome arricchendosi nel modo suddetto i poveri diventano cattivi, così impoverendosi i commodi diventano pessimi, perché la povertà et il non aver esercizio li astringe, et il non aver che perdere gli assicura al delinquente et bene spesso per absentarsi vanno incontro all'occasione.., i vagabondi sono di pessimi costumi, et usano menar vita dissoluta et pericolosa; vanno scroccando il vivere sotto pretesto di bravura da quelli che essi conoscono che hanno tema de' nemici, ovvero occasione di vendetta, come anco da quelli che attendono alla parzialità et che sono di animo tanto vile che temono le loro smargiasserie: per denari o promesse sono soliti di fare ogni sorta di assassinio. Onde gli artisti [gli artigiani] paiono in poco numero per l'utilità pubblica, et questi per danno universale paiono numerosi et superflui"
(60).

La depressione economica, il malgoverno, l'anarchia baronale, la faziosità portano sulle strade dell'avventura e della "bravura" schiere di "braganossi e bravacci insolentissimi" (61) pronti al delitto e alla braveria come alla smargiassata e alla guasconata.

E allora che la letteratura popolare non romagnola, specchio fedele delle voci correnti, degli schemi mentali e anche dei luoghi comuni circolanti nelle piazze, nelle fiere e nei mercati, costruisce, in chiave comica e burlesca, la tipologia del romagnolo smargiasso, truculento nelle minacce e nelle provocazioni, sanguinario nei propositi e minaccioso nei gesti, pronto, forse più a parole che nei fatti, a menare le mani e a vibrare il coltello, iperbolico e vociante, pronto a prender subitamente fuoco, a battersi, a bravare, a proporre sfide e imprese impossibili.

Giulio Cesare Croce, interprete dello spirito bolognese sornione e guardingo, cauto e ponderato, cittadino di una città universitaria di grandi tradizioni culturali e di prospere fortune mercantili, ma di modesta fama guerriera (non era tanto insolita l'accusa di viltà ad essa rivolta); membro di una comunità più civile e progredita che vedeva nei romagnoli pressapoco dei selvaggi furenti e semibarbari, dei Calibani inquieti e furiosi e che forse ancora ricordava le dure, umilianti batoste subite dai romagnoli al tempo degli sterili e infelici tentativi bolognesi di espansione in Romagna (62), dà forma ad una nuova tipologia del romagnolo presentandolo sotto i panni dello smargiasso insolente ma impotente, potenziale vittima delle sue stesse vanterie.

In un dialetto ibrido e approssimativo che vorrebbe presentarsi per romagnolo ma che in realtà è bolognese spruzzato di orecchiati romagnolismi, il cantastorie emiliano nella Invettiva ridicolosa che fa un romagnolo contro Selino gran Turco, in lingua romagnola (63), mette in scena una specie di forsennato sbruffone intento a insolentire, provocare, sfidare, minacciare il sultano; se la cristianità non lo farà, lui da solo, o lui con la gente di Romagna, lo castigherà a dovere:

Mo prieg al ciel Slin
Ch'i 't 'n 'degh l'men a quist d 'Rumegna,
Ch 'it faré vgnir al cancher, ch 't 'megna.
An so za ch' m' tegna,
Ch'an viegna a là con la mia rudella
E fert in cima al chev una burella.
L forza ch 'at stella
Col mi men, sagradina d'dies,
E ch' at brusa tutt i tuo paies;
E set, a i ho intes,
Ch 'a s 'erma tanta gent di nostr brev,
Ch'i voi vnir
a là a romprt al chev,
E affondert 'l' to nev.

Slin o Selino (Selim II) ovviamente tace. Dal contesto non si riesce a capire se la lunga scenata del romagnolo (un sonetto con cinquantadue strofe di coda) sia una solitaria tirata a centinaia di miglia di distanza (come sembra probabile), o una tumultuosa, sconsiderata bravata verbale recitata sotto il naso del sultano, presumibilniente allibito. Se così fosse l'effetto comico sarebbe davvero irresistibile:

E perché tutt incuò
A i ho bravé con ti, e
t ' he ench rspos,
A 't sconzur e sgrid ad alta vos
T 'n 'stegh più nascos
Mo t 'viegn in me Rmegna, s 'n 'no
A viegn
mi sol alé, es t' do
Tent matré, ch 'at fo
Vgnir negr a mo
'una fuga d 'camin,
Trist, iot, rbeld malandrin;
Su donca chin, chi,
Tret in zinocch e dmnenda prdon...

Nel comico però s'inserisce anche la nota truce: riaffiora, e non poteva mancare, considerata la nomea che accompagna i romagnoli, il richiamo alla crudeltà sanguinaria, alla disinvoltura cinica e feroce nell'uccidere per un soldo; la vocazione antica al pugnale e, si direbbe, il gusto del sangue:

Mo ai avis nenc d' più,
Ch 'a me
Rumagna havemi si brev fantin
Ch 'i amazarebb un homn per un bolin

È il romagnolo visto secondo l'ottica bolognese e probabilmente italiana, lo scherano che uccide per un nulla (un quattrino) e per un nonnulla, quasi per il piacere d'uccidere.

Vero è che poi, nei versi seguenti, il Croce passa ad accumulare l'una sull'altra tutta una serie di rodomontate iperboliche che attutiscono l'agghiacciante minaccia:

Ch 's 't' ven visin
Itmagnaré es t' tirangughieré,
It traré zo i to pa/ez, e 'l to cheise

Ma i lettori secenteschi per un momento avranno smesso di ridere al sentire lampeggiare una minaccia che, a quei tempi, non era né ipotetica né burlesca. I lettori colti, poi, avranno pensato che il Turco, non solo da allora, mandava in bestia i romagnoli e li rendeva furenti; e i più attenti di loro si saranno ricordati che cent'anni prima e oltre un ravennate, Bernardino Gatti, in un "sonetto romagnolo", romagnolo anche per la facinorosità linguistica (in realtà un sonetto dove l'italiano viene romagnolizzato e gergalizzato) aveva dato corpo al sogno ricorrente di vedere il gran Turco prigione nelle mani dei romagnoli:

Dimmi, Barison car, sel ce covello
Dii Turco, di quel can che sta là ciesso
Che ligato il vorei strecto, e depesso
A un usso
en un macal come porcello.
A panber li darei qualche piatello
Di mosche, a cena un pan nel ranno messo,
Li cospi roderia da fame oppresso,
Li seria lecto il rusco, e 'l ciel capello (64).

In realtà questo romagnolo imprecante e sbraitante non è un romagnolo qualunque; è un professionista dell'avventura, uno di quei "vagabondi" di "pessimi costumi" usi a "menar vita dissoluta e pericolosa", sui quali s'intrattiene l'anonima "descrizione" secentesca; uno di quelli che andavano "scroccando il vivere sotto pretesto di bravura" che "per denari o promesse sono soliti di fare ogni sorta di assassinio": un "guido" o "guidone", come dicevano a quei tempi, un bravaccio di mezza tacca povero e scalcagnato più vicino al furfante d'osteria e al ladro di fiere e di strada che al vero "cagnetto" protervo. Il vasto ed eterogeneo pubblico del Croce riconosceva subito in lui uno di quei rappresentanti del sottobosco furfantesco e ne misurava le temerarie bravate orali sul metro della reale consistenza sociale, con palese accrescimento d'ilarità. Il temibile avversario, Selim II, il terrore della cristianità, viene ridotto dall'avventuriero tracotante ma pezzente a un suo compare, a un "guido" qualunque e la lunga tirata prende qua e là l'aspetto di una specie di regolamento di conti fra due malfattori, fra due "guidoni" e relative bande:

...Slin...
con più at mnazen più tu t' l' rid;
An 't vairà esser guid,
Ch' a i è di eltc guid un qui da nu
Ch' it mnareb pr' al nes com un bufal tu.

Ma la tipologia del romagnolo, nelle opere di G. C. Croce, non finisce qui; per l'autore del Bertoldo anche l'amore alla romognola diventa guasconata, zuffa, alterco, prepotenza: l'innamorato, un manesco ma maldestro millantatore, un bravaccio da strapazzo scornato e battuto.

Le quarantasette terzine del dialogo portano un titolo che, al solito, nelle opere del Croce, spiega abbondantemente ciò che seguirà:

Bravata di Babino dalla Torre da Cava di Cuol con Bartolina vezzosa di Pian di Mugello. Parte in lingua romagnola, e parte toscana. Dove il detto nell? ultimo viene bussato da un fratello di lei. Opera cIa ridere (65).

Ti dovresti miser vergognare (è Bartolina che rampogna Babino)
A contrastar con una femminella
Con fare il spezza ferro e col bravare.
Che s' io piglio di quivi una pianella
Te la trarò di posta sul mostaccio
Bravo da legna e schiena da gabella.
Ma dimmi un poco, per tua cortesia,
C'he cosa hai tu nel mondo fatto mai
La qual famosa o memorabil sia?
Come tu dici, che bravando vai,
E narri d'aver fatto orribil cose
E ognor le tagli e mai a nulla dai (66).
Guarda sta sagureda 'd murella
ch' vrà dé d? intendr a sti christien
c
h' a so d' quijj ch' porta la barella.
E cu m' avis vedù
mnà 'l man
l' altra not te sulet contra du brev
ch' im vniva ados a mo du chen,
E s
'un 'n m' aveva una stucca in sai cheu
a i mnagneva dal zert tutta du...
Mo a caschié in terra e in vos più... (67).

Con un patetico appello al suo malconcio onore ("dal mia honor di mal mo tu?") il romagnolo, risparmiato dai bravi e umiliato dal fratello della ragazza, esce dal teatro popolare del Croce coi tratti del personaggio da opera buffa, divenuto ormai roboante caricatura e guitto da trivio. Dalle vette del tragico e del grandioso è ruzzolato nel comico.

NOTE
(1) Del primato morale e civile degli Italiani, TI, Torino l939, p. 252 Ss.
(2) 0. GUERRINI, Sonetti romagnoli, Bologna 1948, p. 7.
(3) Ibid.
(4) V. CIAN, L'ora della Romagna, Bologna 1928. p. 21.
(5) G. FUMAGALLI, Leonardo omo senza lettere, Firenze l952, p. 309.
(6) N. MACHIAVELLI, Il Principe e Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, con introduzione di O. Procacci e a cura di S. Bertelli, Milano l96O, p. 256.
(7) Ibid.
(8) M. VILLANI, Cronica, Trieste l858, p. 304
(9) Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli, a cura di A. F. Massèra, TI, Bari 1920, p.66.
(10) Ibid., 1, p 177.
(11) G. BOCCACCIO, Opere latine minori, Bari 1928, p. 143.
(12) Cronica, cit., p. 289.
(13) L. DAL PANE, La Romagna dei secoli XVI e XVII in alcune descrizioni del tempo, Bagnacavallo 1932. p. 15
(14) La lettera (1398) di Pino degli Ordelaffi a Franco Sacchetti in F. SACCHETTI, I sermoni evangelici. Le lettere, a cura di O. GigIi, Firenze 1857, p. 241. L'espressione Latrunculi sociales è dell'Ordelaffi (ibid., p. 241),
(15) Ibid., p. 24O.
(16) JH. LARNER, The Lords of Romagna, trad. ital. Signorie di Romagna, Bologna 1972, p 88.
(17) Sonetti burleschi e realistici, cit., TI, p 63 .
(18) Cronica. cit., p 345.
(19) In M. FANTUZZI, Monumenti ravennati de' secoli di mezzo per la maggior parte inediti, V. Venezia 1803, p. 393.
(20) Op. cit., p. 89.
(21) E. LEVI, Maestro Antonio da Ferrara e la Romagna, "L'Archiginnasio", XII (1917), pp. 131-32.
(22) Le rime di Maestro Antonio da Ferrara (Antonio Beccari~). Introduzione, testo e commento di L. Bellucci, Bologna 1972, p. 186, v. i SS.
(23) VILLANI, Cronica, cit., p. 289.
(24) G. PEPE, Il Medio Evo barbarico in Italia, Torino 1942, p. 187.
(25) LEVI, Maestro Antonio da Ferrara e la Romagna, cit., p. 122.
(26) Ibid.
(27) Anonimo, La vita di Cola di Rienzo, TI, Forlì 1828, p. 239.
(28) G. C. Tonduzzl, Historie di Faenza, Faenza 1675, p. 418.
(29) Anonimo, La vita di Cola di Rienzo, cit., II, p. 240.
(30) P. BONOLI, Storia di Forlì, II, Forlì 1826, p. 33.
(31) Ibid., p.3O.
(32) Ibid., p. 28.
(33) BOCCACCIO, Bucolicon carmen, III, Faunus, Opere latine minori, cit., p.13.
(34) A. BORGOGNONI, Una monaca del Cinquecento: Suor Felice Rasponi, Studi di letteratura storica, Bologna 1891, p. 265.
(35) BALLARDINI, G., Nuovi documenti intorno alla presidenza di Francesco Guicciardini in Romagna, "Atti e mem. R. Dep. Emilia Romagna", s. 4, (1938-39), pp. 108 e 112.
(36) Ordini, leggi, concessioni e privilegi del Magistrato dei Novanta Pacifìci della città di Forlì, Cesena 1719, p. 63.
(37) A. CARO, Lettere familiari, edizione critica con introduzione e note di A. Greco, I, Firenze 1957, p. 169.
(38,) DAL PANE, La Romagna, cit., p. 18.
(39) Ibid.
(40) G. Guidiccioni, Opere, nuovamente raccolte e ordinate a cura di C. Minutoli, 11, Firenze 1867, p.
(41) Ibid., p. 332.
(42) Ibid., pp.332 e 338.
(43) Ibid., P 240
(44) Ibid., p.329.
(45) Ibid., p. 293.
(46) DAL PANE, La Romagna, cit., p. 40.
(47) G. FERRERO, La Romagna vista e giudicata dai non Romagnuoli, !Il Plaustro", 111 (1913), n.27, p 221.
(48) RUZANTE, Prima oratione, in Teatro, a cura di L. Zorzi, Torino 1972, p. 1193. Nella traduzione dello Zorzi: "Non c'è peggior genìa dei romagnuoli... Non ci fu mai un romagnuolo che avesse fede né lealtà. Ma non sono tutti di fatto dei bestemmiatori? Trattano Dio e i Santi come se li avessero fatti con un coltellaccio; gli tirano il canchero come se lo tirassero su un salice.
(49) M. SANUTO, I Diarii, VIII, Venezia 1879-1903, pp. 237-38.
(50) DAL PANE. La Romagna, cit., pp. 41-42.
(51) Cioè dei "neutrali", cf. Guidiccioni, Opere, cit., 11, p. 245.
(52) Ordini, beggi, concessioni e privilegi, cit., p..3.
(53) Ibidem. p. 57.
(54) Ibid., p. 76.
(55) NI. BANDELLO, Tutte le opere, a cura di F. Flora, I, Milano 1934, p. 383.
(56) Ibid.
(57) Ibid., p. 384. Cf. L. COBELLI, Cronache forlivesi, Bologna 1874, p. XXVII: "Hora ogidi (Forlì) sei tornata de robaldi, latri, sodomiti, acusatori, traditori, invidiosi, biastimatori, giocatori, usorai, piaciari, birri, cavalieri del podestà de la gabella, baricelli, assasini, eretici, barri, ingannatori, bosadri, contrabandi, danni dati, accuse, nemichi de Dio che biveno el sangue de li poveri homini.
(58) Tutte le opere, cit., II, p. 810 e passim
(59) Guidiccioni, Opere, cit.,p. 273.
(60) DAL PANE, La Romagna, cit., pp. 15-18.
(61) Ibid., p. 41
(62) Vd. ad esempio, nelle citate Cronache forlivesi di Leone Cobelli, p. 37, le parole di Alloro Ordelaffi agli ambasciatori bolognesi: "Andate. manigoldi, vili, codardi, che non valite nulla et con vostra superbia ce credete far paora. Nui non simo ancora genti de paora, né pagorosi como siti stati voi, che per paora renegaste l' impero. Per vostra codardia nui non ve stimiamo un fico".
(63) Bologna 1612.
(64) LYDI CATTI RAVENNATIS, Opuscula, Venezia (1502), c. 108 r-v. Sul Catti vd. S. MURATORI, Da Bernardino Cani a Giandomenico Michelisi, "La Romagna", VII (1910), pp. 124-53;. C. DIONISOTTI, Girolamo Claricio, Studi sul Boccaccio, 11 (1964), p.318, nota 1.
(65) Bologna, per l'Erede del Cochi, s. a.
(66) lbid., e. i v.
(67) Ibid., c. 2 r.

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